Testo tradotto dall’articolo originale francese “Abus au sein du collectif 269 Libération Animale – Pour une lutte antispèciste qui n’exploite pas des activistes”
Link al testo francese/FR version here: https://paris-luttes.info/abus-au-sein-du-collectif-269-18690?lang=fr
Link alla traduzione inglese/ENG version here: https://www.infolibertaire.net/nouvelle-traduction-abuse-within-the-collectif-269-liberation-animale-for-an-antispeciesist-fight-that-does-not-exploit-its-activists/)
Oggi abbiamo deciso di denunciare l’autoritarismo di cui sono vittime lɜ attivistɜ del collettivo 269 Libération Animale. Questo collettivo francese è stato gestito da una coppia dal 2016 al 2023 e poi da una dei due leader: definivano il loro collettivo “antispecista, anarchico e anticolonialista” praticando blocchi di mattatoi e liberazioni di persone non umane.
La decisione di parlare pubblicamente ha richiesto molto tempo e nasce dalla presa di coscienza che gli effetti dannosi di questa organizzazione continuano, e ne patiamo ancora le conseguenze psicologiche.
Le persone che decidono di unirsi a questo collettivo sono per lo più attivistɜ per la “protezione animale”, provenienti da gruppi di sensibilizzazione allo specismo. Queste persone sono abituate ad azioni legali e, con tali metodi d’azione, si sentono spesso impotenti di fronte all’immensità dello specismo e dell’orrore che vivono le persone non umane. Spesso, questɜ attivistɜ non hanno familiarità con la cultura anti-repressione e anti-autoritaria. Moltɜ non conoscono nemmeno la violenza della polizia e ciò che circonda le azioni di disobbedienza civile, e pertanto non c’è modo di fare un confronto con ciò che accade negli altri gruppi di azione diretta. Si tratta di attivistɜ che cercano di essere più efficaci, di impegnarsi di più nella lotta antispecista e di unirsi ad un collettivo radicale.
Quindi, quando ci si riesce ad unire nuovamente al collettivo per la prossima azione, ci si sente impressionatɜ e gratɜ. Non c’è un’assemblea collettiva, riunioni o incontri né un’organizzazione preventiva. Si arriva direttamente sul canale di discussione dove viene annunciata la prossima azione: di fatto, essa è già stata decisa ed organizzata. L’atmosfera securitaria (che è solo un’atmosfera, viste le gravi falle di sicurezza) impressiona e dà una sensazione di rischio, di grande importanza e solennità. Si sente subito che occorre farsi piccolɜ, ascoltare attentamente ed essere obbedienti, avendo avuto il privilegio di essere ritenutɜ degnɜ di fiducia per poter essere ammessɜ in un gruppo così “esclusivo” e “selezionato”.
Tutto ciò ha creato un ambiente ed uno stato d’animo precisi: si crede di far parte di un collettivo rivoluzionario, grazie ad un gran lavoro fatto con le parole per creare questa illusione.
Ad alcunɜ di noi è concesso un posto un pelo più alto nella gerarchia: otteniamo un po’ di informazioni in più, una parvenza di responsabilità, l’impressione di avere un po’ di potere, e quindi un certo margine di manovra. Questi posti vicini alla leader fanno sempre parte della manipolazione emotiva. In realtà, in qualità di membri del “nucleo duro”, stiamo rispondendo alle aspettative della leader che ci danno la sensazione di essere utili e più che semplici “soldatɜ”. Ma soprattutto, ci fanno sentire amichɜ, “dellɜ compagnɜ complici” attraverso la creazione di una falsa intimità. Il legame che si crea è squilibrato, la leader ammette solo gli aspetti che condivide e dà allo stesso tempo l’illusione di affetto e di vicinanza (soprannomi, complimenti, mostra una certa vulnerabilità…). È una relazione completamente controllata. In questo modo si diventa deditɜ ed esclusivɜ. Si è portatɜ ad accondiscendere alle richieste, anche a costo di prendersi rischi legali di cui non si è consapevolɜ, perché è un onore essere ritenutɜ particolarmente utilɜ. Per una volta, veniamo trattatɜ come individuɜ! Accediamo così anche al privilegio di essere invitatɜ nei santuari per rincontrare le persone non umane liberatɜ (dare un volto alle persone salvate è molto importante per unǝ attivistə antispecistə, ci dà energia positiva per impegnarci ancora di più). Grazie a questa manipolazione affettiva, siamo anche più inclini a dedicare più tempo al volontariato nel rifugio. Il tempo insieme ci fa sentire speciali.
La gerarchia ed il culto della persona ci mettono nella posizione di ammiratorɜ, dando un senso di riconoscimento allɜ selezionatɜ per essere “più vicinɜ”. Tutte queste immagini e messe in scena sui social network o nei media con foto della leader come personaggio principale del collettivo, come il megafono verso la folla attenta (i contenuti vengono pubblicati dalla capa sui social) creano un mito attorno alla sua personalità che la rende una celebrità nell’ambiente.
Durante le azioni, sono sempre le stesse persone che danno ordini: “siediti lì”, “adesso incatenatevi”, “abbiamo bisogno di uomini per questa cosa”. Il c.d. “nucleo duro” è utile anche per mantenere obbedienti il resto dellɜ militantɜ (è utile alla gerarchia, in pratica).
Durante alcune interviste lɜ due leader hanno anche rivendicato diverse azioni dirette di cui 269 LA non era l’autore.
Una volta confiscato il potere di iniziativa, la mancanza di autonomia dellɜ attivistɜ dipendenti, anche per piccole decisioni o questioni, viene utilizzata per giustificare la necessità di autorità.
Non è raro che lɜ leader denigrino, insultino e prendano in giro altrɜ attivistɜ antispecistɜ che, secondo loro, sono stupidɜ, ridicolɜ, controproducentɜ ed egoistɜ, mentre noi siamo veramente devotɜ.
Sempre con l’intento di fidelizzare lɜ attivistɜ, ci fanno credere che il grande giorno si avvicina, che presto passeremo alla fase successiva, per tenerci sulle spine, mantenere un livello di stress ed attenzione e la sensazione di essere esattamente dove dovremmo essere. In questo modo, lɜ leader mantengono la nostra esclusività all’interno del collettivo, in attesa del prossimo ordine.
Un collettivo anarchico? È difficile credere che possa essere credibile, data la gerarchia e l’autoritarismo dell’organizzazione. Incredibilmente, tutto questo non viene mai messo in discussione dallɜ attivistɜ, che sono straordinariamente accondiscendenti. Questo dimostra chiaramente quanto la manipolazione sia radicata, esattamente come il controllo esercitato da alcunɜ. Per liberarci completamente, per capire che questa organizzazione è tossica e violenta, abbiamo bisogno di consapevolezza al di fuori del gruppo e di scoprire che in altri collettivi femministi e autonomi… niente di tutto ciò sarebbe tollerato.
Trascorrere ore accanto alla loro pelle ancora fresca, sentire il loro sangue e i loro escrementi inzupparci i pantaloni. Passare accanto a centinaia di pollɜ ammucchiatɜ nelle gabbie, abbandonarlɜ e tornare a casa. Avere l’odore di angoscia, di merda, di morte che aleggia nelle narici anche dopo essere tornatɜ a casa da solɜ, senza poter dire niente a nessunə, dover andare a scuola o al lavoro con tutto questo. Come possiamo permettere che attivistɜ traumatizzatɜ se ne tornino a casa e dire loro di stare zittɜ su tutto questo? Come possiamo creare un collettivo che si reca in luoghi così violenti senza considerare il benessere di questɜ attivistɜ e rifiutarci persino di permettere che questo benessere venga anche solo menzionato?
Tutto ciò crea l’ambiente perfetto per attacchi sessisti, sessuali, razzisti e LGBTQIA+fobici, senza che nessunə ne sia a conoscenza e senza che la vittima riceva alcun supporto. Gli attacchi vengono insabbiati dallɜ leader quando le vittime li denunciano. Nessunə lo sa. E sono le vittime ad abbandonare il gruppo prima dellɜ autorɜ.
Chiunque può unirsi a questo collettivo; non esiste uno statuto. Nulla che indichi che i comportamenti oppressivi o discriminatori non siano benvenuti. Come minoranze, possiamo ritrovarci facilmente in situazioni pericolose. Oltre a dover gestire i rischi dell’attivismo, sopportiamo il peso di dover trascorrere ore sedutɜ a gambe divaricate, attaccatɜ a persone non safe che non hanno neanche bisogno di giustificare le loro azioni.
E, come se non bastasse, la leader non esita ad appropriarsi delle lotte anticoloniali e femministe per coltivare un’immagine di sinistra, radicale ed intersezionale e guadagnare così credibilità, e quindi visibilità, all’interno degli ambienti antifascisti. Questa è l’ennesima forma di violenza, che rende insopportabili le sue ospitate pubbliche (discorsi, eventi di raccolta fondi) negli spazi libertari, e ci ricorda che ancora veniamo silenziatɜ, che potere ed influenza rimangono saldamente radicati nello stesso luogo. E nel frattempo, continuiamo a trascinarci dietro i traumi di quel periodo di sottomissione.
Siamo quindi di fronte all’opposto di un collettivo anarchico e anticoloniale: non c’è collettività, non c’è solidarietà. E tutto questo avviene in modo molto insidioso, persuadendoci attraverso la falsa idea che facciamo parte un collettivo la cui forza risiede nella nostra complicità.
Il sistematico occultamento di informazioni è un modo per mantenere il potere.

