ABUSI ALL’INTERNO DEL COLLETTIVO 269 LIBERATION ANIMALE – PER UNA LOTTA ANTISPECISTA CHE NON SFRUTTA L3 SU3 ATTIVIST3

Testo tradotto dall’articolo originale francese “Abus au sein du collectif  269 Libération Animale – Pour une lutte antispèciste qui n’exploite pas des activistes”

Link al testo francese/FR version here: https://paris-luttes.info/abus-au-sein-du-collectif-269-18690?lang=fr

Link alla traduzione inglese/ENG version here: https://www.infolibertaire.net/nouvelle-traduction-abuse-within-the-collectif-269-liberation-animale-for-an-antispeciesist-fight-that-does-not-exploit-its-activists/)

Noi, militantɜ e antispecistɜ, vogliamo testimoniare i comportamenti abusanti all’interno del collettivo 269 LA che hanno forti conseguenze sulla salute mentale dellɜ attivistɜ, sulla loro capacità di essere autonomɜ e che portano ad un numero sempre maggiore di attivistɜ a cui viene rubato il libero arbitrio. Vogliamo che la banalizzazione dei maltrattamenti dellɜ attivistɜ cessi, e che la comunità dellɜ militantɜ antispecistɜ impari a prendersene cura, ne va della sopravvivenza del movimento.

Oggi abbiamo deciso di denunciare l’autoritarismo di cui sono vittime lɜ attivistɜ del collettivo 269 Libération Animale. Questo collettivo francese è stato gestito da una coppia dal 2016 al 2023 e poi da una dei due leader: definivano il loro collettivo “antispecista, anarchico e anticolonialista” praticando blocchi di mattatoi e liberazioni di persone non umane.

La decisione di parlare pubblicamente ha richiesto molto tempo e nasce dalla presa di coscienza che gli effetti dannosi di questa organizzazione continuano, e ne patiamo ancora le conseguenze psicologiche.

AUTORITARISMO E MANIPOLAZIONE

Le persone che decidono di unirsi a questo collettivo sono per lo più attivistɜ per la “protezione animale”, provenienti da gruppi di sensibilizzazione allo specismo. Queste persone sono abituate ad azioni legali e, con tali metodi d’azione, si sentono spesso impotenti di fronte all’immensità dello specismo e dell’orrore che vivono le persone non umane. Spesso, questɜ attivistɜ non hanno familiarità con la cultura anti-repressione e anti-autoritaria. Moltɜ non conoscono nemmeno la violenza della polizia e ciò che circonda le azioni di disobbedienza civile, e pertanto non c’è modo di fare un confronto con ciò che accade negli altri gruppi di azione diretta. Si tratta di attivistɜ che cercano di essere più efficaci, di impegnarsi di più nella lotta antispecista e di unirsi ad un collettivo radicale.

È principalmente sui social network che la seduzione funziona per attrarre questɜ attivistɜ, con un’estetica elaborata accuratamente. Testi e discorsi, video con musica palpitante, illustrazioni con dress code 100% nero e felpa con cappuccio creano un’immaginario molto “radicale, black bloc, azione diretta” che ricorda molto quello dell’“ALF” fantasticato da moltɜ. Tuttavia, chi blocca non necessita di vestirsi di nero né di essere incappucciatǝ, dato che l’obiettivo è di entrare in un mattatoio ed incatenarsi in attesa di farsi portare via dalla polizia unə per unə. Tutto ciò serve a fare pubblicità per reclutare: fascino, ammirazione, idealizzazione sono gli effetti ricercati. La manipolazione inizia ancor prima di unirsi al collettivo con questa seduzione sotto forma di promessa di rivolta (in effetti, c’è poca scelta: pochi collettivi antispecisti che praticano azioni dirette sono attivi sui social).

Quindi, quando ci si riesce ad unire nuovamente al collettivo per la prossima azione, ci si sente impressionatɜ e gratɜ. Non c’è un’assemblea collettiva, riunioni o incontri né un’organizzazione preventiva. Si arriva direttamente sul canale di discussione dove viene annunciata la prossima azione: di fatto, essa è già stata decisa ed organizzata. L’atmosfera securitaria (che è solo un’atmosfera, viste le gravi falle di sicurezza) impressiona e dà una sensazione di rischio, di grande importanza e solennità. Si sente subito che occorre farsi piccolɜ, ascoltare attentamente ed essere obbedienti, avendo avuto il privilegio di essere ritenutɜ degnɜ di fiducia per poter essere ammessɜ in un gruppo così “esclusivo” e “selezionato”.

Vengono poi impartite delle istruzioni a cui dobbiamo rispondere con un “ok” per confermare che le seguiremo alla lettera. Non c’è spazio per rispondere diversamente da “ok”, non abbiamo voce in capitolo. Viene fatto intendere che questa organizzazione autoritaria sia essenziale per il corretto svolgimento dell’azione e, più in generale, per il funzionamento del collettivo. Dunque, ci convinciamo che la nostra obbedienza sia indispensabile per la sicurezza. Non è soltanto prima delle azioni che ci è stata negata la parola: non c’è mai stata un’assemblea, una riunione o una discussione collettiva in 7 anni. Dunque, nessuna possibilità di scegliere il proprio ruolo. A volte alcunɜ militantɜ del collettivo hanno provato a mettere in discussione delle cose, ad avanzare delle critiche o chiedere che certe cose cambiassero (organizzazione, strategia…) ma sono state ignoratɜ o screditatɜ e, come se non bastasse, sono state create conversazioni da cui erano esclusɜ, così che non si venisse a sapere cosa veniva detto. Sono stati anche diffusi messaggi per screditarlɜ ed assicurarsi che nessunə stesse dalla loro parte. Diventa subito chiaro che occorre essere docili se non si vuole essere escludalle azioni successive. Nasce timore nel perturbare questa organizzazione “così ben oliata” con le proprie proposte, e nessun momento è mai quello giusto per farlo. Qualsiasi iniziativa viene impedita. Solo le idee che sono in linea con quelle della leader, e quindi utili unicamente a rafforzarne l’autorità, sono considerate valide. In definitiva, le idee non provengono mai realmente da noi. I discorsi della capa hanno un’estetica insurrezionale ed unitaria, dei bei giri di parole, metafore con un forte richiamo alle emozioni, che giocano un ruolo fondamentale agendo come un’esca che abbaglia e spinge le persone ad aderire al movimento nonostante l’autoritarismo.

Tutto ciò ha creato un ambiente ed uno stato d’animo precisi: si crede di far parte di un collettivo rivoluzionario, grazie ad un gran lavoro fatto con le parole per creare questa illusione.

Ad alcunɜ di noi è concesso un posto un pelo più alto nella gerarchia: otteniamo un po’ di informazioni in più, una parvenza di responsabilità, l’impressione di avere un po’ di potere, e quindi un certo margine di manovra. Questi posti vicini alla leader fanno sempre parte della manipolazione emotiva. In realtà, in qualità di membri del “nucleo duro”, stiamo rispondendo alle aspettative della leader che ci danno la sensazione di essere utili e più che semplici “soldatɜ”. Ma soprattutto, ci fanno sentire amichɜ, “dellɜ compagnɜ complici” attraverso la creazione di una falsa intimità. Il legame che si crea è squilibrato, la leader ammette solo gli aspetti che condivide e dà allo stesso tempo l’illusione di affetto e di vicinanza (soprannomi, complimenti, mostra una certa vulnerabilità…). È una relazione completamente controllata. In questo modo si diventa deditɜ ed esclusivɜ. Si è portatɜ ad accondiscendere alle richieste, anche a costo di prendersi rischi legali di cui non si è consapevolɜ, perché è un onore essere ritenutɜ particolarmente utilɜ. Per una volta, veniamo trattatɜ come individuɜ! Accediamo così anche al privilegio di essere invitatɜ nei santuari per rincontrare le persone non umane liberatɜ (dare un volto alle persone salvate è molto importante per unǝ attivistə antispecistə, ci dà energia positiva per impegnarci ancora di più). Grazie a questa manipolazione affettiva, siamo anche più inclini a dedicare più tempo al volontariato nel rifugio. Il tempo insieme ci fa sentire speciali.

La gerarchia ed il culto della persona ci mettono nella posizione di ammiratorɜ, dando un senso di riconoscimento allɜ selezionatɜ per essere “più vicinɜ”. Tutte queste immagini e messe in scena sui social network o nei media con foto della leader come personaggio principale del collettivo, come il megafono verso la folla attenta (i contenuti vengono pubblicati dalla capa sui social) creano un mito attorno alla sua personalità che la rende una celebrità nell’ambiente.

E non è solo la ricerca di influenza che denunciamo, ma come venga utilizzata per mantenere un rispetto incondizionato da parte dei membri del collettivo e il controllo su chi fa parte del “nucleo duro”.

Durante le azioni, sono sempre le stesse persone che danno ordini: “siediti lì”, “adesso incatenatevi”, “abbiamo bisogno di uomini per questa cosa”. Il c.d. “nucleo duro” è utile anche per mantenere obbedienti il resto dellɜ militantɜ (è utile alla gerarchia, in pratica).

Le apparizioni mediatiche sono fatte sempre dallɜ leader e senza mai consultare il collettivo. Pertanto, non abbiamo voce in capitolo su ciò che verrà detto o mostrato sui media o sulla scelta del media in questione e nemmeno sulla presenza di questi media durante un’azione. È un modo per mantenere il culto della personalità: sono loro ad essere intervistatɜ, sono loro il collettivo.

Durante alcune interviste due leader hanno anche rivendicato diverse azioni dirette di cui 269 LA non era l’autore.

Lɜ militantɜ di 269 Libèration Animale non hanno quindi voce in capitolo né all’interno della loro stessa organizzazione, né sui media. Lɜ leader impediscono loro anche solo di esprimersi sui social media.
Tutto è orchestrato meticolosamente affinché non ci si facciano domande, non si propongano idee e non si prendano iniziative. Inoltre, non vogliono che nessunə creda di sapere cose che capɜ ignorano, non vogliono che la gerarchia venga perturbata. Chi sono io per esprimere un’opinione dissenziente? Soprattutto quando queste persone hanno l’esperienza e la conoscenza che io non ho.
Nessunə vuole farsi respingere pubblicamente dallɜ capɜ. Viene fatto anche leva sul senso di colpa: gli animali muoiono e noi non seguiamo alla lettera le loro istruzioni. Così, sentiamo di avere molto da perdere se dovessimo essere esclusɜ, perché lɜ attivistɜ diventano la nostra rete di supporto e, a volte, sono le uniche persone capaci di capirci perché hanno visto ciò che abbiamo visto noi.

Una volta confiscato il potere di iniziativa, la mancanza di autonomia dellɜ attivistɜ dipendenti, anche per piccole decisioni o questioni, viene utilizzata per giustificare la necessità di autorità.

Oltre ad essere pericoloso per la salute mentale dell3 attivistɜ, l’autoritarismo è pericoloso per la lotta stessa. Potremmo credere di non essere in grado di agire senza leader, di essere bravɜ solo a seguire le istruzioni, poiché coloro che decidono e pianificano ci sembrano inaccessibili e non ci trasmettono alcuna informazione o conoscenza che ci permetterebbe di acquisire l’esperienza e le competenze necessarie per essere autonomɜ.
Questa dipendenza è ulteriormente perpetuata dall’idea costantemente ripetuta che “lɜ altrɜ non hanno capito niente, solo noi siamo radicali e utili”. Questa idea crea una sfiducia che può sfociare in odio verso altrɜ attivistɜ antispecistɜ e rafforza la sensazione di essere solɜ di fronte al mondo.

Non è raro che leader denigrino, insultino e prendano in giro altrɜ attivistɜ antispecistɜ che, secondo loro, sono stupidɜ, ridicolɜ, controproducentɜ ed egoistɜ, mentre noi siamo veramente devotɜ.

Anche altre forme di azione, collettivi e individui antispecisti vengono giudicati egocentrici, inutili o imitatori. In questo modo, la lealtà verso questo collettivo resta salda, giocando anche sul sentimento artificiale e tossico di coesione e complicità: siamo lɜ unichɜ verɜ antispecistɜ radicalɜ di sinistra.
I collettivi con una struttura meno gerarchica e che danno priorità alla cura collettiva sono descritti dallɜ leader come deboli di volontà, come persone che abbandonano gli animali per il bene della propria sicurezza.

Sempre con l’intento di fidelizzare lɜ attivistɜ, ci fanno credere che il grande giorno si avvicina, che presto passeremo alla fase successiva, per tenerci sulle spine, mantenere un livello di stress ed attenzione e la sensazione di essere esattamente dove dovremmo essere. In questo modo, lɜ leader mantengono la nostra esclusività all’interno del collettivo, in attesa del prossimo ordine.

Ciò è evidente anche nella comunicazione che circonda gli eventi annunciati sui social media. Queste “azioni” hanno il solo scopo di radunare attivistɜ con titoli accattivanti come “i macelli tremeranno” per quelli che sono semplicemente raduni pacifici davanti ai macelli. Deve apparire radicale, rivoluzionario, grandioso! Da qui, le comunicazioni con un’atmosfera insurrezionale; l’obiettivo è creare l’illusione di una rivoluzione, non per spaventare le grandi aziende speciste, ma per attrarre persone che vorrebbero fare la differenza.

Un collettivo anarchico? È difficile credere che possa essere credibile, data la gerarchia e l’autoritarismo dell’organizzazione. Incredibilmente, tutto questo non viene mai messo in discussione dallɜ attivistɜ, che sono straordinariamente accondiscendenti. Questo dimostra chiaramente quanto la manipolazione sia radicata, esattamente come il controllo esercitato da alcunɜ. Per liberarci completamente, per capire che questa organizzazione è tossica e violenta, abbiamo bisogno di consapevolezza al di fuori del gruppo e di scoprire che in altri collettivi femministi e autonomi… niente di tutto ciò sarebbe tollerato.

PAROLA CONFISCATA
TW macelli, sangue, morte, aggressioni sessuali
Non ci è permesso condividere ciò che abbiamo visto o vissuto durante queste azioni. Né l’orrore dei macelli, né la violenza della polizia. Sarebbe percepito come un modo per fare la vittima e distogliere l’attenzione dalle vittime dello specismo. L’unica condivisione consentita è quella dellɜ  leader sui social media del collettivo. I testi, i discorsi provengono sempre dalla stessa persona. Se lo stiamo facendo davvero per gli animali, allora dovremmo renderci invisibili.
Anche la condivisione delle esperienze tra attivistɜ sulle conversazioni è vietata; non ci sono debriefing. Ci viene detto che non siamo le vittime e che è indecente parlare di ciò che abbiamo appena vissuto, di come ci influenza. Ma come può funzionare un collettivo senza feedback? Senza comunicazione interna? Come possono lɜ attivistɜ resistere nel tempo senza poter condividere le loro esperienze, spesso traumatiche? Trascorrere una notte ascoltando esseri non umani piangere e urlare di angoscia e terrore, guardare vitellɜ che cercano di tornare indietro e vengono spintɜ nel macello, sentirlɜ piangere, vederlɜ uccidere sulla catena di montaggio. Guardare i loro corpi scuoiati, guardare qualcunə vivə per ore e poi vederlə colpito alla testa e sentire la sega che lə fa a pezzi.

Trascorrere ore accanto alla loro pelle ancora fresca, sentire il loro sangue e i loro escrementi inzupparci i pantaloni. Passare accanto a centinaia di pollɜ ammucchiatɜ nelle gabbie, abbandonarlɜ e tornare a casa. Avere l’odore di angoscia, di merda, di morte che aleggia nelle narici anche dopo essere tornatɜ a casa da solɜ, senza poter dire niente a nessunə, dover andare a scuola o al lavoro con tutto questo. Come possiamo permettere che attivistɜ traumatizzatɜ se ne tornino a casa e dire loro di stare zittɜ su tutto questo? Come possiamo creare un collettivo che si reca in luoghi così violenti senza considerare il benessere di questɜ attivistɜ e rifiutarci persino di permettere che questo benessere venga anche solo menzionato? 

Questo ambiente favorisce il protrarsi della violenza e mette seriamente in pericolo la vita dellɜ attivistɜ. Come possiamo testimoniare comportamenti oppressivi? Come possiamo denunciare quando si verificano comportamenti inappropriati durante un’azione?

Tutto ciò crea l’ambiente perfetto per attacchi sessisti, sessuali, razzisti e LGBTQIA+fobici, senza che nessunə ne sia a conoscenza e senza che la vittima riceva alcun supporto. Gli attacchi vengono insabbiati dallɜ leader quando le vittime li denunciano. Nessunə lo sa. E sono le vittime ad abbandonare il gruppo prima dellɜ autorɜ.

Chiunque può unirsi a questo collettivo; non esiste uno statuto. Nulla che indichi che i comportamenti oppressivi o discriminatori non siano benvenuti. Come minoranze, possiamo ritrovarci facilmente in situazioni pericolose. Oltre a dover gestire i rischi dell’attivismo, sopportiamo il peso di dover trascorrere ore sedutɜ a gambe divaricate, attaccatɜ a persone non safe che non hanno neanche bisogno di giustificare le loro azioni.

E, come se non bastasse, la leader non esita ad appropriarsi delle lotte anticoloniali e femministe per coltivare un’immagine di sinistra, radicale ed intersezionale e guadagnare così credibilità, e quindi visibilità, all’interno degli ambienti antifascisti. Questa è l’ennesima forma di violenza, che rende insopportabili le sue ospitate pubbliche (discorsi, eventi di raccolta fondi) negli spazi libertari, e ci ricorda che ancora veniamo silenziatɜ, che potere ed influenza rimangono saldamente radicati nello stesso luogo. E nel frattempo, continuiamo a trascinarci dietro i traumi di quel periodo di sottomissione.

DI FRONTE ALLA REPRESSIONE
Non viene messa in atto alcuna difesa comune, concertata o politicamente motivata.
Siamo cullatɜ nell’autocompiacimento dalle ragioni sopra menzionate, anche perché la leader sta usando la sua posizione di autorità: quella di giurista. Dopo ogni blocco del mattatoio, la polizia verifica l’identità di ogni attivista. Ci troviamo di fronte alla polizia senza conoscere i nostri diritti o le procedure.
Nessuna preparazione per i controlli d’identità o la custodia della polizia!
Smarritɜ, alcunɜ parlano con la polizia.
Ci ritroviamo solɜ anche in tribunale, a dover rispondere delle nostre azioni per una causa collettiva!
Nessuna condivisione di risorse o buone pratiche anti-repressione, niente riunioni, workshop o discussioni sull’autodifesa legale o verso la polizia. L’unica cosa che ci viene detto è che rifiutarsi di fornire le nostre generalità, le impronte digitali e il DNA può portare a un procedimento penale e farci rimanere più a lungo in stazione di polizia. Con così poche informazioni, in coda alla stazione di polizia, tuttɜ seguono l’esempio e forniscono la propria identità, le impronte digitali e il DNA, unə dopo l’altrə. Perché il carpooling ti aspetta, lɜ tuɜ amichɜ sono stanchɜ e devono rimettersi in viaggio per poi tornare al lavoro il giorno dopo: non si fa nulla per rendere concepibile e condivisibile un rifiuto da parte del gruppo; anzi, il contrario.
Questa profilazione sistematica dellɜ attivistɜ di 269 Libération Animale si sta diffondendo dal 2017 in Francia, Belgio, Svizzera, Italia, Spagna, Germania e Paesi Bassi (dato che il “collettivo” viaggia in tutta Europa). Inoltre, il turnover all’interno del collettivo è molto elevato! Il lavoro delle forze dell’ordine ne risulta notevolmente facilitato e la rilevanza di questi atti di disobbedienza civile, che finiscono automaticamente in commissariato, non deve mai essere messa in discussione.
Altrimenti, rischiamo l’esclusione implicita, il ghosting, o la perdita di credibilità agli occhi dellɜ altrɜ. Il fatto che non ci si opponga a questa sorveglianza di massa non sorprende, quando l’obiettivo di fondo è quello di maltrattare e disprezzare lɜ attivistɜ.
 
Senza una strategia a lungo termine e senza una difesa comune organizzata, è certamente plausibile temere l’impatto di questa schedatura sul movimento antispecista.
 
Senza unə avvocatə nel gruppo, ognunə gestisce i propri problemi legali in isolamento, ricevendo le citazioni in tribunale a casa. Chi può permetterselo sceglie unə avvocatə, ma spesso, in mancanza di unə rappresentante legale, ci ritroviamo con avvocatɜ che complicano le cose anziché migliorarle.
Le risorse a disposizione dellɜ attivistɜ sono diseguali, e questa disparità è ancora più marcata tra coloro che possono permettersi una buona difesa e coloro che si trovano in situazioni precarie e che a volte devono affrontare pene più severe.
Moltɜ attivistɜ che si uniscono al collettivo non hanno alcuna esperienza pregressa nella lotta alla repressione. Non conoscono né i loro diritti né i rischi che corrono. Ci viene detto di non fare troppe domande, nemmeno su questo tema della repressione, con il credo: cosa sono le multe o il rischio di prigione rispetto a ciò che soffrono gli esseri non umani?
Soffermarsi su questioni di repressione significherebbe assumere il ruolo di vittime, un segno di debolezza in una situazione così privilegiata (rispetto allɜ animalɜ, ovviamente). Così, si adotta rapidamente la mentalità che “andare a capofitto senza protezione” equivalga a “essere unə alleatə davvero determinatə per lɜ animalɜ“.
Ad ogni modo, lɜ leader hanno un sacco di condanne pendenti, motivo per cui dovremmo averne qualcuna anche noi. Perché durante i loro primi anni da “leader”, si sono “sacrificatɜ” assumendosi la responsabilità legale di sé stessɜ durante ogni occupazione.
Anche qui è presente la manipolazione: potremmo ricevere una chiamata o un messaggio privato dalla leader che ci chiede urgentemente un “favore”. In quel momento, veniamo apprezzatɜ e consideratɜ (lo chiedo solo a te, hai esperienza e sei affidabile). Questo favore potrebbe consistere nell’indire una finta manifestazione a nostro nome, che ci porterà ad essere consideratɜ lɜ organizzatorɜ degli atti di disobbedienza civile dalle indagini della polizia.
Non sappiamo che si tratta di una cosa orchestrata e, gratɜ di ricevere un incarico personale, la manipolazione prende piede ed accettiamo immediatamente, senza pensare ai potenziali rischi (che, tra l’altro, non sono mai stati nemmeno menzionati). Moltɜ di noi sono finitɜ con il ricevere condanne in qualità di organizzatorɜ, rendendosi conto della trappola solo molto più tardi.
Senza manipolazione, ci saremmo resɜ conto di cosa stavamo facendo, di cosa implicasse, ci avremmo riflettuto invece di dare una risposta immediata. Avremmo sentito di avere una scelta, avremmo avuto lo spazio per porre domande.
 
Con queste strategie, lɜ leader stanno facendo il gioco della repressione: isolandoci nei nostri processi e condanne.
 

Siamo quindi di fronte all’opposto di un collettivo anarchico e anticoloniale: non c’è collettività, non c’è solidarietà. E tutto questo avviene in modo molto insidioso, persuadendoci attraverso la falsa idea che facciamo parte un collettivo la cui forza risiede nella nostra complicità.

E I SOLDI?
Dal momento che non esiste un’organizzazione collettiva per combattere la repressione, nessun attivista ha accesso ai fondi del collettivo.
Eppure sono state raccolte decine di migliaia di euro attraverso campagne di crowdfunding ed eventi di raccolta fondi che siamo incoraggiatɜ ad organizzare anche individualmente… Ma i conti sono tenuti segreti dallɜ leader.
Non viene fornito alcun aiuto finanziario, la situazione precaria di alcunɜ attivistɜ viene ignorata, anche se la leader spesso denuncia la loro situazione precaria sui social media, omettendo opportunamente di menzionare i propri privilegi (classe sociale, sostegno familiare, livello di istruzione, ecc.).
Moltɜ di noi si sono trovatɜ in situazioni complicate: multe accumulate addebitate sul nostro conto corrente, o direttamente dal datore di lavoro, ufficiale giudiziario a casa e poi a casa dɜ nostri genitorɜ. E naturalmente, tutto questo in modo isolato, perché non gestito collettivamente.
Non c’è mai uno spazio per parlare di tutto questo. Chiedere aiuto alla collettività è visto come inammissibile: significherebbe ritrarsi come vittime a scapito dellɜ animalɜ. Il tema del denaro è un tabù, lasciando così leader liberɜ di monopolizzarlo.

Il sistematico occultamento di informazioni è un modo per mantenere il potere.

Il RIFIUTO DI METTERSI IN DISCUSSIONE: METTERE IN PERICOLO L3 ABITANT3 NON UMAN3 DEL SANTUARIO.
L’idea diffusa che lɜ altrɜ siano inutilɜ persiste nella gestione del santuario. I santuari sono luoghi di rifugio per le persone salvate dai macelli e dagli allevamenti.
Questɜ animalɜ hanno una salute molto fragile a causa della selezione genetica e delle cattive condizioni nelle strutture di allevamento. Richiedono cure meticolose per tutta la loro vita nei santuari. Per determinare le pratiche alimentari e di cura più appropriate, è essenziale affidarsi alla ricerca condotta da attivistɜ per i diritti dellɜ animalɜ e veterinariɜ.
Ad esempio, il rifugio ABVA condivide i suoi preziosi protocolli sul gruppo Facebook “Chicken Nurse”, l'”Open Sanctuary Project” fornisce guide sul suo sito web e rifugi come Groin Groin offrono consigli sull’alimentazione dei suini. La condivisione di esperienze sulla salute dellɜ animalɜ tra rifugi è essenziale perché le risorse disponibili sono troppo poche e poco affidabili e veterinariɜ rurali sono spesso incompetentɜ.
Al rifugio di 269 LA, le questioni relative alle pratiche di cura sono state respinte con veemenza con il pretesto che “ce la siamo sempre cavata da solɜ”. Non sorprende che si tratti dello stesso vecchio ritornello che si ripete ovunque. Ma qui ci sono conseguenze dirette e drammatiche sulla vita di individui non umani dipendenti. Si tratta di maiali e scrofe alimentatɜ quotidianamente con un mix di fette biscottate, pasta e mangimi da ingrasso (provenienti da magazzini per bestiame), che causano difficoltà locomotorie e grande sofferenza. E poi ci sono pollɜ che non vedono mai unə veterinariə specializzatə in animalɜ selvatic(le cure veterinarie sono essenziali perpollɜ , soprattutto a causa dei loro ricorrenti problemi genitali).
Certamente gestire un rifugio può essere impegnativo, non è affatto facile. Gli errori possono verificarsi vista la grande disinformazione online e moltɜ veterinariɜ non sono adeguatamente formatɜ. Tuttavia, rifiutarsi di mettersi in discussione ed ascoltare persone competenti significa mettere deliberatamente in pericolo la vita e il benessere dellɜ animalɜ di cui ci si prende cura.
Disponiamo di troppe poche risorse antispeciste affidabili e verificate per la cura dellɜ animalɜ salvatɜ dagli allevamenti intensivi, per poterci rifiutare di prenderle in considerazione a causa di un gioco di ego.
 
La cura è politica! E questo assume il suo pieno significato nella lotta antispecista, condotta con e per gli esseri non umani che sono stati feriti e logorati fisicamente e mentalmente dal sistema.
Ciò che accade in queste lotte è politico!
L’autoritarismo e il maltrattamento dellɜ attivistɜ all’interno di collettivi e associazioni logorano sia le lotte che lɜ attivistɜ.
Pubblicare questo testo significa riconoscere il fatto che il silenzio ha alimentato questo veleno che indebolisce la lotta antispecista in Francia (ed altrove).
 
È la prova del fatto che parlare apertamente non danneggerà gli esseri non umani, ma al contrario, darà forza alla nostra lotta.
Si tratta di non permettere che venga bistrattata e indebolita.
Si tratta di aprire la strada a una lotta antispecista che si prenda cura dellɜ suɜ attivistɜ.
Ci diciamo che unə attivistə esaustə ed isolatə non aiuta nessunə e c’è il timore di indebolire una comunità che è già debole o denigrarla, eppure questa tossicità è proprio ciò che logora lɜ attivistɜ che sono costrettɜ ad abbandonare la lotta per sopravvivere. Una lotta che spezza le persone o se ne frega di loro non è sostenibile. Una lotta senza cura è destinata al fallimento.
 
Non è facile parlare apertamente di queste cose.
 
All’inizio, potremmo pensare che prendere le distanze e non soffermarsi su queste esperienze sia la cosa migliore da fare. Non vogliamo rischiare di essere attaccatɜ o messɜ a tacere ancora una volta dalle persone che andremmo a denunciare o da chi ne è infatuato. Ci chiediamo come possiamo mettere in discussione uno status autoritario, denunciare la sua violenza e manipolazione, quando quella persona è così adorata ed esercita così tanta influenza.
Ciò che accade nei collettivi non è privato, e dobbiamo parlarne.
 
Per lotte forti e durature
 
Prendiamo parola,
 
Emancipiamoci,
 
Prendiamoci cura di noi.