Riceviamo e diffondiamo:
Siamo un gruppo di militantɜ antispecistɜ che hanno attaversato il collettivo 269 Libération Animale tramite i canali di reclutamento italiani.
Scriviamo questa lettera aperta alla militanza antispecista per prendere parola sulle dinamiche tossiche imperanti in questa realtà di origine francese che raduna persone provenienti da vari paesi. Ci rivolgiamo tanto alle persone già militanti all’interno o all’esterno del collettivo in questione, quanto a chi lo conosce e/o lo supporta.
Ma ci rivolgiamo soprattutto a chi, avvicinandosi ai vari gruppi antispecisti, si stia chiedendo o potrebbe chiedersi se entrare in contatto o meno con 269 Libération Animale.
Il nostro obiettivo è prendere parola sugli abusi subiti per creare coscienza collettiva, condividere le esperienze già vissute e diffondere consapevolezza su uno spazio che già abbiamo attraversato, rivelatosi devastante per la nostra salute psico-fisica. Speriamo che la nostra testimonianza possa consentire a chi si affaccia al mondo antispecista e all’azione diretta di attraversare gli spazi con una consapevolezza che noi non avevamo quando lo abbiamo fatto.
Abbiamo raccolto il racconto dellɜ compagnɜ francesɜ che prima di noi hanno preso parola su 269, a cui abbiamo deciso di fare eco traducendone il testo, che riportiamo di seguito, prima di narrare il nostro vissuto:
TESTO TRADUZIONE: https://rest25.noblogs.org/post/2026/02/15/abusi-allinterno-del-collettivo-269-liberation-animale-per-una-lotta-antispecista-che-non-sfrutta-l3-su3-attivist3/
Dopo aver accolto le parole del comunicato francese, in cui ci riconosciamo completamente, scriviamo animatз dall’amore per la libertà dellɜ compagnɜ non umanɜ e per la cura collettiva degli spazi in cui lottiamo al loro fianco, quegli stessi spazi che troppo spesso, intossicati, portano le persone umane che li attraversano ad allontanarsi da essi, in silenzio, dopo aver esperito troppa sofferenza.
Non possiamo tacere sulle dinamiche tossiche vissute perché la rabbia e il dolore scaturite dell’atmosfera agghiacciante di 269 meritano di essere ascoltate e affrontate, non ignorate e silenziate.
Ringraziamo di cuore lɜ compagnɜ francesɜ che si sono espostɜ prima di noi, con un coraggio e una determinazione troppo importanti perché la loro testimonianza rimanesse sconosciuta nel contesto italiano a causa della lontananza o della barriera linguistica.
Abbiamo tradotto il testo tenendo fede ai significati letterali e scegliendo di parlare in contemporanea, a corollario e a suggello di un legame che va oltre i confini geografici: quello tra chi sceglie di prendere posizione, nella consapevolezza che rifiutare l’omertà e nominare le ingiustizie sia il primo passo per una presa di coscienza collettiva. Anche quando è scomodo, anche quando significa esporsi e ricevere ripercussioni personali, anche quando le dinamiche tossiche avvengono all’interno di quegli stessi spazi che tendiamo – erroneamente – a ritenere “safer”, illudendoci che i principi condivisi ci proteggano dagli abusi che permeano la società nella sua interezza.
Forse è proprio l’aver mitizzato questi posti che ci rende tutt’oggi incapaci di guardare le cose per ciò che sono: è difficile ammettere che uno spazio che abbiamo validato fino a ieri, non sia in realtà ciò che credevamo. Ma vorremmo andare oltre questo discomfort.
Il comunicato francese ce lo ha reso ancor più chiaro: quello di cui parliamo è un assetto identitario, un modo intossicante di fare attivismo, certamente non un insieme di episodi singoli o casuali, ma un preciso posizionamento ideologico, una questione sistemica. Questione sulla quale non possiamo né vogliamo tacere: è il silenzio a permettere all’oppressione di propagare, e intendiamo interrompere questo circolo di malessere per costruire spazi liberati.
I punti di contatto tra il vissuto dellɜ attivistɜ in Francia e in Italia all’interno di 269 sono – purtroppo – davvero molti.
Alcuni dei punti li richiamiamo, perchè già esplicitati dallɜ compagnɜ francesɜ:
- Verticismo e accentramento di potere:
Come per l’esperienza francese, anche quella italiana è stata connotata da un forte accentramento del potere, nonnismo e assenza di cura. Di recente il collettivo ha scelto deliberatamente di distanziarsi dalla definizione di “anarchico” di cui si vantava fino al giorno prima. Questo è avvenuto non perché ci sia stata una auto-analisi rispetto alle problematiche che un assetto verticistico porta con sé, ma solo ed esclusivamente per silenziare le voci che tacciavano il collettivo di incoerenza. Del resto, come ci si può definire anarchichɜ quando la struttura di 269 è palesemente verticistica, mancando anche solo un qualsiasi spazio aperto di discussione o pratiche condivise?
Accalappiare qua e là attivistɜ senza mai discutere di nulla, ma calando le decisioni dall’alto, è tutt’altro che anarchico. Reclutare non significa creare un cerchio: significa fare proselitismo e usare le persone come soldati. Creare un circoletto di pochɜ elettɜ è davvero molto lontano dall’idea di comunità che abbiamo.
Abbiamo riscontrato le stesse dinamiche descritte dallɜ compagnɜ francesɜ: favoritismi e simpatie personali. L’anarchia non è mai stata una corsa al vertice: tutto questo è sinceramente molto triste.
- Abilismo e performatività:
Un altro punto su cui riteniamo essenziale aprire una riflessione è la costante svalutazione della singola persona in un’ottica performativa e schiacciante in 269. Usare lɜ attivistɜ con l’idea che solo chi è emotivamente adattə o non dà mai alcun segno di cedimento è abilista, oltre che tossico. Ogni attivista è una persona, prima di essere una pedina da muovere a proprio piacimento. Sembra assurdo doverlo ribadire. Eppure, la partecipazione alle azioni in 269 viene valutata unicamente in ottica performativa, come se mostrare qualsiasi segno di vulnerabilità fosse una colpa. Questo atteggiamento muscolare, estremamente patriarcale e machista, per cui solo chi non commette l’ “errore” di mostrarsi nella propria fragilità è un membro degno, non è di certo un comportamento che potremmo definire “femminista”. Sembrerebbe che del femminismo 269 ne faccia vanto nella speranza, forse, di attrarre un pubblico attento all’intersezionalità delle lotte, ma la realtà è molto diversa. Abbiamo osservato, a malincuore, come questa soffocante politica della perfezione e della performance spesso venga assorbita da alcunɜ attivistɜ che la replicano in altri spazi, anche una volta fuori da 269.
Creare comunità, in un’ottica transfemminista, dovrebbe significare prendersi cura l’unə dell’altrə, soprattutto nei momenti di difficoltà emotiva. Quello che avviene in 269 è esattamente il contrario: puoi partecipare solo se non cadi mai. Con la scusa dell'”affidabilità” in 269 si valutano lɜ attivistɜ come pezzi di ricambio, ingranaggi che, se difettati, possono essere rottamati e sostituiti. È davvero questo il massimo a cui possiamo aspirare?
In 269 la regola è l’invalidazione della patologia fisica e il considerare uno scarto di cui liberarsi più in fretta possibile ogni persona che vive una condizione di disabilità fisica, temporanea o permanente: se sei malatɜ, vieni rimossɜ subito con uno sdegno e un disprezzo alla stregua della classica azienda capitalista e produttivista che vede nella malattia un taboo da celare subito, prima che qualcunə se ne accorga.
La discriminazione abilista nel fronte dell’esercito italiano di 269 appare particolarmente marcata, con i vertici che puntano la pistola della colpevolizzazione e del pietismo. Gli ordini vengono impartiti in base alla dispercezione sommaria delle reali possibilità di contributo della persona, che viene buttata fuori senza alcuna spiegazione.
Le persone che finiscono in ospedale durante i blocchi non si contano, non viene prestata la minima cura e disponibilità al soccorso nei loro confronti. Durante lo svolgimento dell’azione la sola cosa che conta sono le domande pressanti dall’alto a chi ancora resiste sul posto. Nel frattempo, chi detiene il potere rimane comodamente a distanza con la scusa di assicurarsi che le operazioni vadano a buon fine. L’importante è che arrivino notizie aggiornate sui numeri, i dettagli, le tempistiche e le denunce – che il vertice non prenderà – in modo da poter uscire con altisonanti comunicati stampa sulle vittorie raggiunte.
Lɜ feritɜ nel frattempo possono tranquillamente “morire“, tanto verranno rimpiazzatɜ da nuova carne fresca reclutata al prossimo giro di giostra.
“Pas de problème”, la sete di potere dei piani alti, la loro visibilità mediatica e la loro posizione sul trono rimangono intatte, intoccabili ed indiscusse.
- Culto del sacrificio e del martirio:
Quanto più una persona sottoposta si immola per la causa – obbedendo agli ordini ricevuti e soddisfacendo il volere dei vertici – tanto più viene elogiata. Questo meccanismo incentiva una cultura individualista di smarrimento e solitudine, dove esperienze così intense come entrare in un mattatoio vengono elaborate senza una rete di supporto.
Ogni tentativo di condivisione che non corrisponda alla narrazione dominante viene silenziato con la ripetizione del mantra “voi uscite vivɜ dal mattatoio mentre lɜ compagnɜ non umanɜ ci muoiono dentro”.
Quello che viene rafforzato è un culto del sacrificio e del martirio per sedare preventivamente rivolte interne, facendo leva sul senso di colpa che le persone antispeciste provano nei confronti dellɜ compagnɜ non umanɜ. La mentalità settaria impera, creando un terreno fertile per una gerarchia che sfrutta la manipolazione emotiva come strumento per auto-conservarsi e mantenersi intatta nel tempo. Un punto di collegamento molto ben analizzato dallɜ compagnɜ francesɜ, che sottoscriviamo in toto.
- Screditamento delle altre realtà:
Nel culto di 269 rientra anche la svalutazione dei metodi utilizzati da altri gruppi o collettivi antispecisti. Lungi da noi negare il sacrosanto diritto di critica costruttiva verso le metodologie usate da noi stessɜ e da altre realtà, che sappiamo essere sempre migliorabili. Tuttavia, spacciare i propri metodi come gli unici praticabili e validi mostra chiaramente quanto poco spazio di confronto, dialogo e autocritica ci sia in 269, uno spazio privo di discussioni ma ricco di retorica. È molto chiaro che le smorfie da première dame bianca sono il leitmotiv di chi si spartisce il potere in 269: speravamo che almeno ci fosse del merito alla base di tanta arroganza.
Lo stesso assetto identitario denunciato dallɜ compagnɜ francesi nutre una politica dell’identità che non risparmia le persone trans e di genere non conforme. Il “women-led” collective (citando la stessa auto-definizione di 269) che possiamo benissimo leggere come una sfumatura di quel donne* asteriscato e già da tempo problematizzato da compagnɜ queer – ha bisogno anche di questo per narrarsi come avanguardia del movimento. E lo fa in maniera molto astuta, appropriandosi di lotte in maniera reazionaria: siamo fermɜ alle prospettive del femminismo bianco e borghese essenzialista anni Settanta, sì. L’ottica è estremamente performativa: si simulano offese e sdegno quando qualcunə prova, con estrema forza e resilienza, a renderlo un tema. Certo, se i vertici te lo concedono, puoi chiedere che in chiamata si esplicitino i pronomi prima di misgenderare le persone, cosa che accade comunque sistematicamente, ma la violenza transfobica in quanto tale non è mai riconosciuta e validata.
Come per l’abilismo, se cerchi di portare l’argomento sul tavolo e discuterne sei unə (anzi, unA) guastafeste, unə (unA) ingratə(A), stai rivolgendo la tua attenzione a qualcosa che, in fin dei conti, è una bazzecola. Peggio ancora: così come l’abilista “una volta è venuta una persona in carrozzina in azione con noi”, il corrispettivo transfobico è: “come puoi dire che siamo transfobichɜ se persone trans sono venute in azione con noi?”. Spoiler 1: queste persone non sono più nel collettivo e sono rimaste traumatizzate dall’esperienza; spoiler 2: le women che “guidano” il collettivo sono tutte cis e bianche.
L’indisponibilità ad ascoltare e a mettersi in discussione, figlia di quell’approccio identitario così ben descritto dallɜ compagnɜ francesi, rende ancora più avvilenti e dolorose esperienze già di per sé violente, come ad esempio lo stato di fermo in caserma dopo un’azione. L’identificazione, il deadname urlato dalla polizia, le foto segnaletiche e le relative occhiatacce quando espressione ed identità di genere non collimano, sono tutti segni di una silenziosa ma inaudita violenza. Ancor più feroce quando non ci sono compagnɜ dispostɜ a mettersi in ascolto, validare la tua esperienza, ma soprattutto a renderlo un argomento valido. Ma come potrebbe esserlo, d’altronde? Se siamo già lì, già arrivate, già avanguardia, già le migliori, e a nessunǝ è concesso di dire altrimenti?
- Mancanza di formazione legale:
La mancanza di formazione legale è un pericolo reale in 269. Ma, anche in questo caso, crediamo che ciò non sia frutto di ingenuità, quanto piuttosto un chiaro meccanismo di controllo. Non fornire alcuna forma di strumento legale se non rassicurazioni fasulle e distopiche rispetto alla realtà, soprattutto ad attivistɜ più inespertɜ, è un errore troppo importante per essere casuale. Non collettivizzare la conoscenza serve a mantenere potere. Riteniamo assurdo che si chieda alle persone appena entrate di “sacrificarsi” nei blocchi dei mattatoi, per i quali le conseguenze legali sono certe, mentre le liberazioni, che non sempre comportano denunce, sono appannaggio di pochɜ. Riteniamo che mettere lɜ attivistɜ nella condizione di esporsi a rischi legali ed economici decisamente elevati, senza un’adeguata formazione sul punto, rifletta la totale assenza di cura in 269. I rischi legali vengono addirittura minimizzati e le informazioni rese in maniera errata. È vero che la responsabilità penale è personale, ma è quella collettiva a rendere tale una comunità.
Soprattutto, non ci sfugge che la conoscenza è libertà. Quindi, “guidare” persone che non sanno, senza collettivizzare strumenti di conoscenza, è una chiarissima mossa per renderlɜ controllabili e dipendenti.
Nel collettivo manca completamente il concetto di consenso all’azione: non solo non vengono proposti momenti di formazione sulle possibili conseguenze legali delle azioni o sui propri diritti, ma anche qualsiasi tentativo di fornire questi strumenti e queste vitali informazioni incontrano un completo ostracismo da parte dei vertici. Chi va in azione è all’oscuro di quello a cui va incontro, e non è quindi postǝ nella condizione di valutare – con consapevolezza reale – la propria disponibilità ad assumersi le pesanti conseguenze repressive e legali.
A titolo esemplificativo, nel periodo in cui stava entrando in vigore il Decreto Sicurezza, alcune persone che sarebbero arrivate in Italia dall’estero hanno espresso domande e preoccupazioni per la situazione. A questi quesiti, alcunɜ attivistɜ con esperienze pregresse di azione diretta hanno provato a fornire delle risposte informate sulle loro conoscenze, ma ogni voce è stata messa a tacere.
Tutti questi meccanismi portano ad un altissimo e non casuale turn over in cui le persone vengono trattate come “pedine” sacrificabili: vera e propria carne da macello.
La partecipazione alle azioni implica dei costi estremamente ingenti per coprire i materiali, i mezzi di trasporto, le spese legali e processuali. In una realtà sana, con principi di solidarietà interna e attenta alle disuguaglianze sociali, di solito le spese vengono coperte tramite le donazioni che il progetto riceve, attraverso raccolte fondi apposite, e solo chi ha la possibilità di contribuire sceglie di farlo per la causa. Non in 269: ogni azione richiede centinaia di euro che ogni attivista è costrettǝ a sborsare di tasca propria, pena l’esclusione. Questa dinamica viene rinforzata dalla retorica del sacrificio “lo state facendo per lɜ compagnɜ non umanɜ, pensate a loro”, ancora una volta facendo leva sul senso di colpa e portando le persone a rimanere in seria difficoltà economica pur di potersi sentire utili alla lotta. Nessuna rete di supporto: se nel collettivo vige il reato di pensiero figuriamoci cosa possa comportare chiedere aiuto. Dei numerosi crowdfunding lanciati dalle pagine ufficiali dell’organizzazione nel corso del tempo – compreso quello attivo nel presente – allɜ attivistɜ alla base non arriva che qualche misero spicciolo, se si è fortunatɜ.
La trasparenza finanziaria non è minimamente contemplata, e davanti a qualsiasi tentativo interno di chiedere un resoconto delle entrate e delle uscite, la voce di chi osa fare una domanda viene immediatamente tacciata di malafede e di mancanza di fiducia nei vertici.
L’intero assetto materiale di 269 denota un atteggiamento profondamente classista, in cui la lotta diviene una prerogativa bianco-borghese di chi se la può permettere.
Crediamo fermamente che la Liberazione Animale necessiti in particolar modo delle voci marginalizzate e che sia arrivato il momento che chi detiene molteplici privilegi a livello sociale faccia un passo indietro in ottica di alleanza e di creazione di uno spazio attraversabile da chiunque.
E’ arrivato il momento di far crollare le torri d’avorio e di abbattere ogni gerarchia interna ancorata a “le grand plan” di mantenere sé stessa inalterata e inarrivabile.
In un mondo che ci scoraggia a farlo, il primo atto davvero rivoluzionario che possiamo compiere è prenderci cura dei nostri corpi e della nostre psiche per costruire una comunità basata su legami sinceri, in cui poter contare l’unə sull’altrə.
Offrire, ricevere cura e costruire solidarietà concreta sono presupposti indispensabili per creare una comunità solida che possa lavorare per una liberazione animale intersezionale.
Senza radici sane, l’albero crescerà sempre marcio: nessuna lotta può durare nel tempo e portare ad un cambiamento radicale se non condotta in modo sostenibile per tuttɜ.
269 LA è, invero, soltanto un esempio di come i gruppi che accentrano il potere, che si appropriano di retoriche politiche radicali e usano con opportunismo lɜ attivistɜ, siano dannosi per la causa antispecista: nel corso degli anni 269, così come tanti altri spazi di attivismo, ha bruciato compagnɜ a cui è stata risucchiata l’anima, che per sopravvivere hanno avuto bisogno di allontanarsi dalla militanza.
Non vogliamo più scendere a compromessi: l’unico modo in cui riteniamo giusto vivere la Resistenza a fianco dellɜ compagnɜ non umanɜ è adoperarci attivamente per costruire spazi di crescita condivisa che siano sani per loro, per noi, per te che ci hai letto e per chiunque si aggiungerà.
E no, non saranno delle velate ed infondate minacce di denuncia (ricordiamolo – sempre da “compagnɜ” sedicenti “anarchichɜ”) a tapparci la bocca. Ci vuole davvero del gran coraggio per definirsi anarchichɜ, radicalɜ di sinistra, e poi ricorrere allo spauracchio del braccio armato dello Stato.
Piuttosto, pensiamo sia più utile, per essere alleatɜ della liberazione animale, concentrare le nostre energie nel prenderci cura dei nostri spazi con serietà e bontà di intenti, senza mire espansionistiche o l’ossessione della visibilità. Abbiamo necessità di liberarci per poter liberare, di emanciparci per non replicare o vederci replicate addosso, in loop, le stesse logiche del sistema che opprime noi e le persone non umane.
COSTRUIAMO INSIEME UNA LOTTA DI LIBERAZIONE ANIMALE EMANCIPATA DA OGNI FORMA DI OPPRESSIONE.
Nota a margine: 269 non ha l’esclusiva dell’azione diretta!
Non farti ammaliare dall’estetica del passamontagna: per fare azione diretta non c’è bisogno di spettacolo, ma di cuore.
Se senti il richiamo a contribuire attivamente alla causa antispecista, entra in contatto con altre persone e gruppi locali per scoprire che alternative più sane esistono già, che il tuo contributo è prezioso e che nello spazio adatto a te il tuo apporto verrà valorizzato.
Se hai testimonianze che vuoi condividere, scrivi alla mail rest@inventati.org