ABUSI IN 269 LIBÉRATION ANIMALE: PERCHE’ NON POSSIAMO TACERE SU CIO’ CHE SUCCEDE

Riceviamo e diffondiamo:

Siamo un gruppo di militantɜ antispecistɜ che hanno attaversato il collettivo 269 Libération Animale tramite i canali di reclutamento italiani.
Scriviamo questa lettera aperta alla militanza antispecista per prendere parola sulle dinamiche tossiche imperanti in questa realtà di origine francese che raduna persone provenienti da vari paesi. Ci rivolgiamo tanto alle persone già militanti all’interno o all’esterno del collettivo in questione, quanto a chi lo conosce e/o lo supporta.
Ma ci rivolgiamo soprattutto a chi, avvicinandosi ai vari gruppi antispecisti, si stia chiedendo o potrebbe chiedersi se entrare in contatto o meno con 269 Libération Animale.
Il nostro obiettivo è prendere parola sugli abusi subiti per creare coscienza collettiva, condividere le esperienze già vissute e diffondere consapevolezza su uno spazio che già abbiamo attraversato, rivelatosi devastante per la nostra salute psico-fisica. Speriamo che la nostra testimonianza possa consentire a chi si affaccia al mondo antispecista e all’azione diretta di attraversare gli spazi con una consapevolezza che noi non avevamo quando lo abbiamo fatto.

Abbiamo raccolto il racconto  dellɜ compagnɜ francesɜ che prima di noi hanno preso parola su 269, a cui abbiamo deciso di fare eco traducendone il testo, che riportiamo di seguito, prima di narrare il nostro vissuto:

TESTO TRADUZIONE: https://rest25.noblogs.org/post/2026/02/15/abusi-allinterno-del-collettivo-269-liberation-animale-per-una-lotta-antispecista-che-non-sfrutta-l3-su3-attivist3/

Dopo aver accolto le parole del comunicato francese, in cui ci riconosciamo completamente, scriviamo animatз dall’amore per la libertà dellɜ compagnɜ non umanɜ e per la cura collettiva degli spazi in cui lottiamo al loro fianco, quegli stessi spazi che troppo spesso, intossicati, portano le persone umane che li attraversano ad allontanarsi da essi, in silenzio, dopo aver esperito troppa sofferenza.
Non possiamo tacere sulle dinamiche tossiche vissute perché la rabbia e il dolore scaturite dell’atmosfera agghiacciante di 269 meritano di essere ascoltate e affrontate, non ignorate e silenziate.
Ringraziamo di cuore lɜ compagnɜ francesɜ che si sono espostɜ prima di noi, con un coraggio e una determinazione troppo importanti perché la loro testimonianza rimanesse sconosciuta nel contesto italiano a causa della lontananza o della barriera linguistica.
Abbiamo tradotto il testo tenendo fede ai significati letterali e scegliendo di parlare in contemporanea, a corollario e a suggello di un legame che va oltre i confini geografici: quello tra chi sceglie di prendere posizione, nella consapevolezza che rifiutare l’omertà e nominare le ingiustizie sia il primo passo per una presa di coscienza collettiva. Anche quando è scomodo, anche quando significa esporsi e ricevere ripercussioni personali, anche quando le dinamiche tossiche avvengono all’interno di quegli stessi spazi che tendiamo – erroneamente – a ritenere “safer”, illudendoci che i principi condivisi ci proteggano dagli abusi che permeano la società nella sua interezza.
Forse è proprio l’aver mitizzato questi posti che ci rende tutt’oggi incapaci di guardare le cose per ciò che sono: è difficile ammettere che uno spazio che abbiamo validato fino a ieri, non sia in realtà ciò che credevamo. Ma vorremmo andare oltre questo discomfort.
Il comunicato francese ce lo ha reso ancor più chiaro: quello di cui parliamo è un assetto identitario, un modo intossicante di fare attivismo, certamente non un insieme di episodi singoli o casuali, ma un preciso posizionamento ideologico, una questione sistemica. Questione sulla quale non possiamo né vogliamo tacere: è il silenzio a permettere all’oppressione di propagare, e intendiamo interrompere questo circolo di malessere per costruire spazi liberati.
I punti di contatto tra il vissuto dellɜ attivistɜ in Francia e in Italia all’interno di 269 sono – purtroppo – davvero molti.

Alcuni dei punti li richiamiamo, perchè già esplicitati dallɜ compagnɜ francesɜ:

  • Verticismo e accentramento di potere:
Come per l’esperienza francese, anche quella italiana è stata connotata da un forte accentramento del potere, nonnismo e assenza di cura. Di recente il collettivo ha scelto deliberatamente di distanziarsi dalla definizione di “anarchico” di cui si vantava fino al giorno prima. Questo è avvenuto non perché ci sia stata una auto-analisi rispetto alle problematiche che un assetto verticistico porta con sé, ma solo ed esclusivamente per silenziare le voci che tacciavano il collettivo di incoerenza. Del resto, come ci si può definire anarchichɜ quando la struttura di 269 è palesemente verticistica, mancando anche solo un qualsiasi spazio aperto di discussione o pratiche condivise?
Accalappiare qua e là attivistɜ senza mai discutere di nulla, ma calando le decisioni dall’alto, è tutt’altro che anarchico. Reclutare non significa creare un cerchio: significa fare proselitismo e usare le persone come soldati. Creare un circoletto di pochɜ elettɜ è davvero molto lontano dall’idea di comunità che abbiamo.

Abbiamo riscontrato le stesse dinamiche descritte dallɜ compagnɜ francesɜ: favoritismi e simpatie personali. L’anarchia non è mai stata una corsa al vertice: tutto questo è sinceramente molto triste.

  • Abilismo e performatività:

Un altro punto su cui riteniamo essenziale aprire una riflessione è la costante svalutazione della singola persona in un’ottica performativa e schiacciante in 269. Usare lɜ attivistɜ con l’idea che solo chi è emotivamente adattə o non dà mai alcun segno di cedimento è abilista, oltre che tossico. Ogni attivista è una persona, prima di essere una pedina da muovere a proprio piacimento. Sembra assurdo doverlo ribadire. Eppure, la partecipazione alle azioni in 269 viene valutata unicamente in ottica performativa, come se mostrare qualsiasi segno di vulnerabilità fosse una colpa. Questo atteggiamento muscolare, estremamente patriarcale e machista, per cui solo chi non commette l’ “errore” di mostrarsi nella propria fragilità è un membro degno, non è di certo un comportamento che potremmo definire “femminista”. Sembrerebbe che del femminismo 269 ne faccia vanto nella speranza, forse, di attrarre un pubblico attento all’intersezionalità delle lotte, ma la realtà è molto diversa. Abbiamo osservato, a malincuore, come questa soffocante politica della perfezione e della performance spesso venga assorbita da alcunɜ attivistɜ che la replicano in altri spazi, anche una volta fuori da 269.

Creare comunità, in un’ottica transfemminista, dovrebbe significare prendersi cura l’unə dell’altrə, soprattutto nei momenti di difficoltà emotiva. Quello che avviene in 269 è esattamente il contrario: puoi partecipare solo se non cadi mai. Con la scusa dell'”affidabilità” in 269 si valutano lɜ attivistɜ come pezzi di ricambio, ingranaggi che, se difettati, possono essere rottamati e sostituiti. È davvero questo il massimo a cui possiamo aspirare?
In 269 la regola è l’invalidazione della patologia fisica e il considerare uno scarto di cui liberarsi più in fretta possibile ogni persona che vive una condizione di disabilità fisica, temporanea o permanente: se sei malatɜ, vieni rimossɜ subito con uno sdegno e un disprezzo alla stregua della classica azienda capitalista e produttivista che vede nella malattia un taboo da celare subito, prima che qualcunə se ne accorga. 
La discriminazione abilista nel fronte dell’esercito italiano di 269 appare particolarmente marcata, con i vertici che puntano la pistola della colpevolizzazione e del pietismo. Gli ordini vengono impartiti in base alla dispercezione sommaria delle reali possibilità di contributo della persona, che viene buttata fuori senza alcuna spiegazione.
Le persone che finiscono in ospedale durante i blocchi non si contano, non viene prestata la minima cura e disponibilità al soccorso nei loro confronti. Durante lo svolgimento dell’azione la sola cosa che conta sono le domande pressanti dall’alto a chi ancora resiste sul posto. Nel frattempo, chi detiene il potere rimane comodamente a distanza con la scusa di assicurarsi che le operazioni vadano a buon fine. L’importante è che arrivino notizie aggiornate sui numeri, i dettagli, le tempistiche e le denunce – che il vertice non prenderà – in modo da poter uscire con altisonanti comunicati stampa sulle vittorie raggiunte.
Lɜ feritɜ nel frattempo possono tranquillamente morire, tanto verranno rimpiazzatɜ da nuova carne fresca reclutata al prossimo giro di giostra.

“Pas de problème”, la sete di potere dei piani alti, la loro visibilità mediatica e la loro posizione sul trono rimangono intatte, intoccabili ed indiscusse.

  • Culto del sacrificio e del martirio:
Quanto più una persona sottoposta si immola per la causa obbedendo agli ordini ricevuti e soddisfacendo il volere dei vertici tanto più viene elogiata. Questo meccanismo incentiva una cultura individualista di smarrimento e solitudine, dove esperienze così intense come entrare in un mattatoio vengono elaborate senza una rete di supporto.
Ogni tentativo di condivisione che non corrisponda alla narrazione dominante viene silenziato con la ripetizione del mantra “voi uscite vivɜ dal mattatoio mentre lɜ compagnɜ non umanɜ ci muoiono dentro”.

Quello che viene rafforzato è un culto del sacrificio e del martirio per sedare preventivamente rivolte interne, facendo leva sul senso di colpa che le persone antispeciste provano nei confronti dellɜ compagnɜ non umanɜ. La mentalità settaria impera, creando un terreno fertile per una gerarchia che sfrutta la manipolazione emotiva come strumento per auto-conservarsi e mantenersi intatta nel tempo. Un punto di collegamento molto ben analizzato dallɜ compagnɜ francesɜ, che sottoscriviamo in toto.

  • Screditamento delle altre realtà:

Nel culto di 269 rientra anche la svalutazione dei metodi utilizzati da altri gruppi o collettivi antispecisti. Lungi da noi negare il sacrosanto diritto di critica costruttiva verso le metodologie usate da noi stessɜ e da altre realtà, che sappiamo essere sempre migliorabili. Tuttavia, spacciare i propri metodi come gli unici praticabili e validi mostra chiaramente quanto poco spazio di confronto, dialogo e autocritica ci sia in 269, uno spazio privo di discussioni ma ricco di retorica. È molto chiaro che le smorfie da première dame bianca sono il leitmotiv di chi si spartisce il potere in 269: speravamo che almeno ci fosse del merito alla base di tanta arroganza.

  • Terfismo:
Lo stesso assetto identitario denunciato dallɜ compagnɜ francesi nutre una politica dell’identità che non risparmia le persone trans e di genere non conforme. Il “women-led” collective (citando la stessa auto-definizione di 269) che possiamo benissimo leggere come una sfumatura di quel donne* asteriscato e già da tempo problematizzato da compagnɜ queer – ha bisogno anche di questo per narrarsi come avanguardia del movimento. E lo fa in maniera molto astuta, appropriandosi di lotte in maniera reazionaria: siamo fermɜ alle prospettive del femminismo bianco e borghese essenzialista anni Settanta, sì.  L’ottica è estremamente performativa: si simulano offese e sdegno quando qualcunə prova, con estrema forza e resilienza, a renderlo un tema. Certo, se i vertici te lo concedono, puoi chiedere che in chiamata si esplicitino i pronomi prima di misgenderare le persone, cosa che accade comunque sistematicamente, ma la violenza transfobica in quanto tale non è mai riconosciuta e validata.
Come per l’abilismo, se cerchi di portare l’argomento sul tavolo e discuterne sei unə (anzi, unA) guastafeste, unə (unA) ingratə(A), stai rivolgendo la tua attenzione a qualcosa che, in fin dei conti, è una bazzecola. Peggio ancora: così come l’abilista “una volta è venuta una persona in carrozzina in azione con noi”, il corrispettivo transfobico è: “come puoi dire che siamo transfobichɜ se persone trans sono venute in azione con noi?”. Spoiler 1: queste persone non sono più nel collettivo e sono rimaste traumatizzate dall’esperienza; spoiler 2: le women che “guidano” il collettivo sono tutte cis e bianche. 

L’indisponibilità ad ascoltare e a mettersi in discussione, figlia di quell’approccio identitario così ben descritto dallɜ compagnɜ francesi, rende ancora più avvilenti e dolorose esperienze già di per sé violente, come ad esempio lo stato di fermo in caserma dopo un’azione. L’identificazione, il deadname urlato dalla polizia, le foto segnaletiche e le relative occhiatacce quando espressione ed identità di genere non collimano, sono tutti segni di una silenziosa ma inaudita violenza. Ancor più feroce quando non ci sono compagnɜ dispostɜ a mettersi in ascolto, validare la tua esperienza, ma soprattutto a renderlo un  argomento valido. Ma come potrebbe esserlo, d’altronde? Se siamo già lì, già arrivate, già avanguardia, già le migliori, e a nessunǝ è concesso di dire altrimenti?

  • Mancanza di formazione legale:
La mancanza di formazione legale è un pericolo reale in 269. Ma, anche in questo caso, crediamo che ciò non sia frutto di ingenuità, quanto piuttosto un chiaro meccanismo di controllo. Non fornire alcuna forma di strumento legale se non rassicurazioni fasulle e distopiche rispetto alla realtà, soprattutto ad attivistɜ più inespertɜ, è un errore troppo importante per essere casuale. Non collettivizzare la conoscenza serve a mantenere potere. Riteniamo assurdo che si chieda alle persone appena entrate di “sacrificarsi” nei blocchi dei mattatoi, per i quali le conseguenze legali sono certe, mentre le liberazioni, che non sempre comportano denunce, sono appannaggio di pochɜ. Riteniamo che mettere lɜ attivistɜ nella condizione di esporsi a rischi legali ed economici decisamente elevati, senza un’adeguata formazione sul punto, rifletta la totale assenza di cura in 269. I rischi legali vengono addirittura minimizzati e le informazioni rese in maniera errata. È vero che la responsabilità penale è personale, ma è quella collettiva a rendere tale una comunità.
Soprattutto, non ci sfugge che la conoscenza è libertà. Quindi, “guidare” persone che non sanno, senza collettivizzare strumenti di conoscenza, è una chiarissima mossa per renderlɜ controllabili e dipendenti.
Nel collettivo manca completamente il concetto di consenso all’azione: non solo non vengono proposti momenti di formazione sulle possibili conseguenze legali delle azioni o sui propri diritti, ma anche qualsiasi tentativo di fornire questi strumenti e queste vitali informazioni incontrano un completo ostracismo da parte dei vertici. Chi va in azione è all’oscuro di quello a cui va incontro, e non è quindi postǝ nella condizione di valutare – con consapevolezza reale – la propria disponibilità ad assumersi le pesanti conseguenze repressive e legali.
A titolo esemplificativo, nel periodo in cui stava entrando in vigore il Decreto Sicurezza, alcune persone che sarebbero arrivate in Italia dall’estero hanno espresso domande e preoccupazioni per la situazione. A questi quesiti, alcunɜ attivistɜ con esperienze pregresse di azione diretta hanno provato a fornire delle risposte informate sulle loro conoscenze, ma ogni voce è stata messa a tacere.

Tutti questi meccanismi portano ad un altissimo e non casuale turn over in cui le persone vengono trattate come “pedine” sacrificabili: vera e propria carne da macello.

  •  E i soldi?

La partecipazione alle azioni implica dei costi estremamente ingenti per coprire i materiali, i mezzi di trasporto, le spese legali e processuali. In una realtà sana, con principi di solidarietà interna e attenta alle disuguaglianze sociali, di solito le spese vengono coperte tramite le donazioni che il progetto riceve, attraverso raccolte fondi apposite, e solo chi ha la possibilità di contribuire sceglie di farlo per la causa. Non in 269: ogni azione richiede centinaia di euro che ogni attivista è costrettǝ a sborsare di tasca propria, pena l’esclusione. Questa dinamica viene rinforzata dalla retorica del sacrificio “lo state facendo per lɜ compagnɜ non umanɜ, pensate a loro”, ancora una volta facendo leva sul senso di colpa e portando le persone a rimanere in seria difficoltà economica pur di potersi sentire utili alla lotta. Nessuna rete di supporto: se nel collettivo vige il reato di pensiero figuriamoci cosa possa comportare chiedere aiuto. Dei numerosi crowdfunding lanciati dalle pagine ufficiali dell’organizzazione nel corso del tempo – compreso quello attivo nel presente – allɜ attivistɜ alla base non arriva che qualche misero spicciolo, se si è fortunatɜ. 

La trasparenza finanziaria non è minimamente contemplata, e davanti a qualsiasi tentativo interno di chiedere un resoconto delle entrate e delle uscite, la voce di chi osa fare una domanda viene immediatamente tacciata di malafede e di mancanza di fiducia nei vertici.

L’intero assetto materiale di 269 denota un atteggiamento profondamente classista, in cui la lotta diviene una prerogativa bianco-borghese di chi se la può permettere.

Crediamo fermamente che la Liberazione Animale necessiti in particolar modo delle voci marginalizzate e che sia arrivato il momento che chi detiene molteplici privilegi a livello sociale faccia un passo indietro in ottica di alleanza e di creazione di uno spazio attraversabile da chiunque.

E’ arrivato il momento di far crollare le torri d’avorio e di abbattere ogni gerarchia interna ancorata a “le grand plan” di mantenere sé stessa inalterata e inarrivabile

In un mondo che ci scoraggia a farlo, il primo atto davvero rivoluzionario che possiamo compiere è prenderci cura dei nostri corpi e della nostre psiche per costruire una comunità basata su legami sinceri, in cui poter contare l’unə sull’altrə.

Offrire, ricevere cura e costruire solidarietà concreta sono presupposti indispensabili per creare una comunità solida che possa lavorare per una liberazione animale intersezionale.

Senza radici sane, l’albero crescerà sempre marcio: nessuna lotta può durare nel tempo e portare ad un cambiamento radicale se non condotta in modo sostenibile per tuttɜ.

269 LA è, invero, soltanto un esempio di come i gruppi che accentrano il potere, che si appropriano di retoriche politiche radicali e usano con opportunismo lɜ attivistɜ, siano dannosi per la causa antispecista: nel corso degli anni 269, così come tanti altri spazi di attivismo, ha bruciato compagnɜ a cui è stata risucchiata l’anima, che per sopravvivere hanno avuto bisogno di allontanarsi dalla militanza.

Non vogliamo più scendere a compromessi: l’unico modo in cui riteniamo giusto vivere la Resistenza a fianco dellɜ compagnɜ non umanɜ è adoperarci attivamente per costruire spazi di crescita condivisa che siano sani per loro, per noi, per te che ci hai letto e per chiunque si aggiungerà.

E no, non saranno delle velate ed infondate minacce di denuncia (ricordiamolo – sempre da “compagnɜ” sedicenti “anarchichɜ”) a tapparci la bocca. Ci vuole davvero del gran coraggio per definirsi anarchichɜ, radicalɜ di sinistra, e poi ricorrere allo spauracchio del braccio armato dello Stato.

Piuttosto, pensiamo sia più utile, per essere alleatɜ della liberazione animale, concentrare le nostre energie nel prenderci cura dei nostri spazi con serietà e bontà di intenti, senza mire espansionistiche o l’ossessione della visibilità. Abbiamo necessità di liberarci per poter liberare, di emanciparci per non replicare o vederci replicate addosso, in loop, le stesse logiche del sistema che opprime noi e le persone non umane.

COSTRUIAMO INSIEME UNA LOTTA DI LIBERAZIONE ANIMALE EMANCIPATA DA OGNI FORMA DI OPPRESSIONE

 

Nota a margine: 269 non ha l’esclusiva dell’azione diretta!

Non farti ammaliare dall’estetica del passamontagna: per fare azione diretta non c’è bisogno di spettacolo, ma di cuore.

Se senti il richiamo a contribuire attivamente alla causa antispecista, entra in contatto con altre persone e gruppi locali per scoprire che alternative più sane esistono già, che il tuo contributo è prezioso e che nello spazio adatto a te il tuo apporto verrà valorizzato.

Se hai testimonianze che vuoi condividere, scrivi alla mail rest@inventati.org

ABUSI ALL’INTERNO DEL COLLETTIVO 269 LIBERATION ANIMALE – PER UNA LOTTA ANTISPECISTA CHE NON SFRUTTA L3 SU3 ATTIVIST3

Testo tradotto dall’articolo originale francese “Abus au sein du collectif  269 Libération Animale – Pour une lutte antispèciste qui n’exploite pas des activistes”

Link al testo francese/FR version here: https://paris-luttes.info/abus-au-sein-du-collectif-269-18690?lang=fr

Link alla traduzione inglese/ENG version here: https://www.infolibertaire.net/nouvelle-traduction-abuse-within-the-collectif-269-liberation-animale-for-an-antispeciesist-fight-that-does-not-exploit-its-activists/)

Noi, militantɜ e antispecistɜ, vogliamo testimoniare i comportamenti abusanti all’interno del collettivo 269 LA che hanno forti conseguenze sulla salute mentale dellɜ attivistɜ, sulla loro capacità di essere autonomɜ e che portano ad un numero sempre maggiore di attivistɜ a cui viene rubato il libero arbitrio. Vogliamo che la banalizzazione dei maltrattamenti dellɜ attivistɜ cessi, e che la comunità dellɜ militantɜ antispecistɜ impari a prendersene cura, ne va della sopravvivenza del movimento.

Oggi abbiamo deciso di denunciare l’autoritarismo di cui sono vittime lɜ attivistɜ del collettivo 269 Libération Animale. Questo collettivo francese è stato gestito da una coppia dal 2016 al 2023 e poi da una dei due leader: definivano il loro collettivo “antispecista, anarchico e anticolonialista” praticando blocchi di mattatoi e liberazioni di persone non umane.

La decisione di parlare pubblicamente ha richiesto molto tempo e nasce dalla presa di coscienza che gli effetti dannosi di questa organizzazione continuano, e ne patiamo ancora le conseguenze psicologiche.

AUTORITARISMO E MANIPOLAZIONE

Le persone che decidono di unirsi a questo collettivo sono per lo più attivistɜ per la “protezione animale”, provenienti da gruppi di sensibilizzazione allo specismo. Queste persone sono abituate ad azioni legali e, con tali metodi d’azione, si sentono spesso impotenti di fronte all’immensità dello specismo e dell’orrore che vivono le persone non umane. Spesso, questɜ attivistɜ non hanno familiarità con la cultura anti-repressione e anti-autoritaria. Moltɜ non conoscono nemmeno la violenza della polizia e ciò che circonda le azioni di disobbedienza civile, e pertanto non c’è modo di fare un confronto con ciò che accade negli altri gruppi di azione diretta. Si tratta di attivistɜ che cercano di essere più efficaci, di impegnarsi di più nella lotta antispecista e di unirsi ad un collettivo radicale.

È principalmente sui social network che la seduzione funziona per attrarre questɜ attivistɜ, con un’estetica elaborata accuratamente. Testi e discorsi, video con musica palpitante, illustrazioni con dress code 100% nero e felpa con cappuccio creano un’immaginario molto “radicale, black bloc, azione diretta” che ricorda molto quello dell’“ALF” fantasticato da moltɜ. Tuttavia, chi blocca non necessita di vestirsi di nero né di essere incappucciatǝ, dato che l’obiettivo è di entrare in un mattatoio ed incatenarsi in attesa di farsi portare via dalla polizia unə per unə. Tutto ciò serve a fare pubblicità per reclutare: fascino, ammirazione, idealizzazione sono gli effetti ricercati. La manipolazione inizia ancor prima di unirsi al collettivo con questa seduzione sotto forma di promessa di rivolta (in effetti, c’è poca scelta: pochi collettivi antispecisti che praticano azioni dirette sono attivi sui social).

Quindi, quando ci si riesce ad unire nuovamente al collettivo per la prossima azione, ci si sente impressionatɜ e gratɜ. Non c’è un’assemblea collettiva, riunioni o incontri né un’organizzazione preventiva. Si arriva direttamente sul canale di discussione dove viene annunciata la prossima azione: di fatto, essa è già stata decisa ed organizzata. L’atmosfera securitaria (che è solo un’atmosfera, viste le gravi falle di sicurezza) impressiona e dà una sensazione di rischio, di grande importanza e solennità. Si sente subito che occorre farsi piccolɜ, ascoltare attentamente ed essere obbedienti, avendo avuto il privilegio di essere ritenutɜ degnɜ di fiducia per poter essere ammessɜ in un gruppo così “esclusivo” e “selezionato”.

Vengono poi impartite delle istruzioni a cui dobbiamo rispondere con un “ok” per confermare che le seguiremo alla lettera. Non c’è spazio per rispondere diversamente da “ok”, non abbiamo voce in capitolo. Viene fatto intendere che questa organizzazione autoritaria sia essenziale per il corretto svolgimento dell’azione e, più in generale, per il funzionamento del collettivo. Dunque, ci convinciamo che la nostra obbedienza sia indispensabile per la sicurezza. Non è soltanto prima delle azioni che ci è stata negata la parola: non c’è mai stata un’assemblea, una riunione o una discussione collettiva in 7 anni. Dunque, nessuna possibilità di scegliere il proprio ruolo. A volte alcunɜ militantɜ del collettivo hanno provato a mettere in discussione delle cose, ad avanzare delle critiche o chiedere che certe cose cambiassero (organizzazione, strategia…) ma sono state ignoratɜ o screditatɜ e, come se non bastasse, sono state create conversazioni da cui erano esclusɜ, così che non si venisse a sapere cosa veniva detto. Sono stati anche diffusi messaggi per screditarlɜ ed assicurarsi che nessunə stesse dalla loro parte. Diventa subito chiaro che occorre essere docili se non si vuole essere escludalle azioni successive. Nasce timore nel perturbare questa organizzazione “così ben oliata” con le proprie proposte, e nessun momento è mai quello giusto per farlo. Qualsiasi iniziativa viene impedita. Solo le idee che sono in linea con quelle della leader, e quindi utili unicamente a rafforzarne l’autorità, sono considerate valide. In definitiva, le idee non provengono mai realmente da noi. I discorsi della capa hanno un’estetica insurrezionale ed unitaria, dei bei giri di parole, metafore con un forte richiamo alle emozioni, che giocano un ruolo fondamentale agendo come un’esca che abbaglia e spinge le persone ad aderire al movimento nonostante l’autoritarismo.

Tutto ciò ha creato un ambiente ed uno stato d’animo precisi: si crede di far parte di un collettivo rivoluzionario, grazie ad un gran lavoro fatto con le parole per creare questa illusione.

Ad alcunɜ di noi è concesso un posto un pelo più alto nella gerarchia: otteniamo un po’ di informazioni in più, una parvenza di responsabilità, l’impressione di avere un po’ di potere, e quindi un certo margine di manovra. Questi posti vicini alla leader fanno sempre parte della manipolazione emotiva. In realtà, in qualità di membri del “nucleo duro”, stiamo rispondendo alle aspettative della leader che ci danno la sensazione di essere utili e più che semplici “soldatɜ”. Ma soprattutto, ci fanno sentire amichɜ, “dellɜ compagnɜ complici” attraverso la creazione di una falsa intimità. Il legame che si crea è squilibrato, la leader ammette solo gli aspetti che condivide e dà allo stesso tempo l’illusione di affetto e di vicinanza (soprannomi, complimenti, mostra una certa vulnerabilità…). È una relazione completamente controllata. In questo modo si diventa deditɜ ed esclusivɜ. Si è portatɜ ad accondiscendere alle richieste, anche a costo di prendersi rischi legali di cui non si è consapevolɜ, perché è un onore essere ritenutɜ particolarmente utilɜ. Per una volta, veniamo trattatɜ come individuɜ! Accediamo così anche al privilegio di essere invitatɜ nei santuari per rincontrare le persone non umane liberatɜ (dare un volto alle persone salvate è molto importante per unǝ attivistə antispecistə, ci dà energia positiva per impegnarci ancora di più). Grazie a questa manipolazione affettiva, siamo anche più inclini a dedicare più tempo al volontariato nel rifugio. Il tempo insieme ci fa sentire speciali.

La gerarchia ed il culto della persona ci mettono nella posizione di ammiratorɜ, dando un senso di riconoscimento allɜ selezionatɜ per essere “più vicinɜ”. Tutte queste immagini e messe in scena sui social network o nei media con foto della leader come personaggio principale del collettivo, come il megafono verso la folla attenta (i contenuti vengono pubblicati dalla capa sui social) creano un mito attorno alla sua personalità che la rende una celebrità nell’ambiente.

E non è solo la ricerca di influenza che denunciamo, ma come venga utilizzata per mantenere un rispetto incondizionato da parte dei membri del collettivo e il controllo su chi fa parte del “nucleo duro”.

Durante le azioni, sono sempre le stesse persone che danno ordini: “siediti lì”, “adesso incatenatevi”, “abbiamo bisogno di uomini per questa cosa”. Il c.d. “nucleo duro” è utile anche per mantenere obbedienti il resto dellɜ militantɜ (è utile alla gerarchia, in pratica).

Le apparizioni mediatiche sono fatte sempre dallɜ leader e senza mai consultare il collettivo. Pertanto, non abbiamo voce in capitolo su ciò che verrà detto o mostrato sui media o sulla scelta del media in questione e nemmeno sulla presenza di questi media durante un’azione. È un modo per mantenere il culto della personalità: sono loro ad essere intervistatɜ, sono loro il collettivo.

Durante alcune interviste due leader hanno anche rivendicato diverse azioni dirette di cui 269 LA non era l’autore.

Lɜ militantɜ di 269 Libèration Animale non hanno quindi voce in capitolo né all’interno della loro stessa organizzazione, né sui media. Lɜ leader impediscono loro anche solo di esprimersi sui social media.
Tutto è orchestrato meticolosamente affinché non ci si facciano domande, non si propongano idee e non si prendano iniziative. Inoltre, non vogliono che nessunə creda di sapere cose che capɜ ignorano, non vogliono che la gerarchia venga perturbata. Chi sono io per esprimere un’opinione dissenziente? Soprattutto quando queste persone hanno l’esperienza e la conoscenza che io non ho.
Nessunə vuole farsi respingere pubblicamente dallɜ capɜ. Viene fatto anche leva sul senso di colpa: gli animali muoiono e noi non seguiamo alla lettera le loro istruzioni. Così, sentiamo di avere molto da perdere se dovessimo essere esclusɜ, perché lɜ attivistɜ diventano la nostra rete di supporto e, a volte, sono le uniche persone capaci di capirci perché hanno visto ciò che abbiamo visto noi.

Una volta confiscato il potere di iniziativa, la mancanza di autonomia dellɜ attivistɜ dipendenti, anche per piccole decisioni o questioni, viene utilizzata per giustificare la necessità di autorità.

Oltre ad essere pericoloso per la salute mentale dell3 attivistɜ, l’autoritarismo è pericoloso per la lotta stessa. Potremmo credere di non essere in grado di agire senza leader, di essere bravɜ solo a seguire le istruzioni, poiché coloro che decidono e pianificano ci sembrano inaccessibili e non ci trasmettono alcuna informazione o conoscenza che ci permetterebbe di acquisire l’esperienza e le competenze necessarie per essere autonomɜ.
Questa dipendenza è ulteriormente perpetuata dall’idea costantemente ripetuta che “lɜ altrɜ non hanno capito niente, solo noi siamo radicali e utili”. Questa idea crea una sfiducia che può sfociare in odio verso altrɜ attivistɜ antispecistɜ e rafforza la sensazione di essere solɜ di fronte al mondo.

Non è raro che leader denigrino, insultino e prendano in giro altrɜ attivistɜ antispecistɜ che, secondo loro, sono stupidɜ, ridicolɜ, controproducentɜ ed egoistɜ, mentre noi siamo veramente devotɜ.

Anche altre forme di azione, collettivi e individui antispecisti vengono giudicati egocentrici, inutili o imitatori. In questo modo, la lealtà verso questo collettivo resta salda, giocando anche sul sentimento artificiale e tossico di coesione e complicità: siamo lɜ unichɜ verɜ antispecistɜ radicalɜ di sinistra.
I collettivi con una struttura meno gerarchica e che danno priorità alla cura collettiva sono descritti dallɜ leader come deboli di volontà, come persone che abbandonano gli animali per il bene della propria sicurezza.

Sempre con l’intento di fidelizzare lɜ attivistɜ, ci fanno credere che il grande giorno si avvicina, che presto passeremo alla fase successiva, per tenerci sulle spine, mantenere un livello di stress ed attenzione e la sensazione di essere esattamente dove dovremmo essere. In questo modo, lɜ leader mantengono la nostra esclusività all’interno del collettivo, in attesa del prossimo ordine.

Ciò è evidente anche nella comunicazione che circonda gli eventi annunciati sui social media. Queste “azioni” hanno il solo scopo di radunare attivistɜ con titoli accattivanti come “i macelli tremeranno” per quelli che sono semplicemente raduni pacifici davanti ai macelli. Deve apparire radicale, rivoluzionario, grandioso! Da qui, le comunicazioni con un’atmosfera insurrezionale; l’obiettivo è creare l’illusione di una rivoluzione, non per spaventare le grandi aziende speciste, ma per attrarre persone che vorrebbero fare la differenza.

Un collettivo anarchico? È difficile credere che possa essere credibile, data la gerarchia e l’autoritarismo dell’organizzazione. Incredibilmente, tutto questo non viene mai messo in discussione dallɜ attivistɜ, che sono straordinariamente accondiscendenti. Questo dimostra chiaramente quanto la manipolazione sia radicata, esattamente come il controllo esercitato da alcunɜ. Per liberarci completamente, per capire che questa organizzazione è tossica e violenta, abbiamo bisogno di consapevolezza al di fuori del gruppo e di scoprire che in altri collettivi femministi e autonomi… niente di tutto ciò sarebbe tollerato.

PAROLA CONFISCATA
TW macelli, sangue, morte, aggressioni sessuali
Non ci è permesso condividere ciò che abbiamo visto o vissuto durante queste azioni. Né l’orrore dei macelli, né la violenza della polizia. Sarebbe percepito come un modo per fare la vittima e distogliere l’attenzione dalle vittime dello specismo. L’unica condivisione consentita è quella dellɜ  leader sui social media del collettivo. I testi, i discorsi provengono sempre dalla stessa persona. Se lo stiamo facendo davvero per gli animali, allora dovremmo renderci invisibili.
Anche la condivisione delle esperienze tra attivistɜ sulle conversazioni è vietata; non ci sono debriefing. Ci viene detto che non siamo le vittime e che è indecente parlare di ciò che abbiamo appena vissuto, di come ci influenza. Ma come può funzionare un collettivo senza feedback? Senza comunicazione interna? Come possono lɜ attivistɜ resistere nel tempo senza poter condividere le loro esperienze, spesso traumatiche? Trascorrere una notte ascoltando esseri non umani piangere e urlare di angoscia e terrore, guardare vitellɜ che cercano di tornare indietro e vengono spintɜ nel macello, sentirlɜ piangere, vederlɜ uccidere sulla catena di montaggio. Guardare i loro corpi scuoiati, guardare qualcunə vivə per ore e poi vederlə colpito alla testa e sentire la sega che lə fa a pezzi.

Trascorrere ore accanto alla loro pelle ancora fresca, sentire il loro sangue e i loro escrementi inzupparci i pantaloni. Passare accanto a centinaia di pollɜ ammucchiatɜ nelle gabbie, abbandonarlɜ e tornare a casa. Avere l’odore di angoscia, di merda, di morte che aleggia nelle narici anche dopo essere tornatɜ a casa da solɜ, senza poter dire niente a nessunə, dover andare a scuola o al lavoro con tutto questo. Come possiamo permettere che attivistɜ traumatizzatɜ se ne tornino a casa e dire loro di stare zittɜ su tutto questo? Come possiamo creare un collettivo che si reca in luoghi così violenti senza considerare il benessere di questɜ attivistɜ e rifiutarci persino di permettere che questo benessere venga anche solo menzionato? 

Questo ambiente favorisce il protrarsi della violenza e mette seriamente in pericolo la vita dellɜ attivistɜ. Come possiamo testimoniare comportamenti oppressivi? Come possiamo denunciare quando si verificano comportamenti inappropriati durante un’azione?

Tutto ciò crea l’ambiente perfetto per attacchi sessisti, sessuali, razzisti e LGBTQIA+fobici, senza che nessunə ne sia a conoscenza e senza che la vittima riceva alcun supporto. Gli attacchi vengono insabbiati dallɜ leader quando le vittime li denunciano. Nessunə lo sa. E sono le vittime ad abbandonare il gruppo prima dellɜ autorɜ.

Chiunque può unirsi a questo collettivo; non esiste uno statuto. Nulla che indichi che i comportamenti oppressivi o discriminatori non siano benvenuti. Come minoranze, possiamo ritrovarci facilmente in situazioni pericolose. Oltre a dover gestire i rischi dell’attivismo, sopportiamo il peso di dover trascorrere ore sedutɜ a gambe divaricate, attaccatɜ a persone non safe che non hanno neanche bisogno di giustificare le loro azioni.

E, come se non bastasse, la leader non esita ad appropriarsi delle lotte anticoloniali e femministe per coltivare un’immagine di sinistra, radicale ed intersezionale e guadagnare così credibilità, e quindi visibilità, all’interno degli ambienti antifascisti. Questa è l’ennesima forma di violenza, che rende insopportabili le sue ospitate pubbliche (discorsi, eventi di raccolta fondi) negli spazi libertari, e ci ricorda che ancora veniamo silenziatɜ, che potere ed influenza rimangono saldamente radicati nello stesso luogo. E nel frattempo, continuiamo a trascinarci dietro i traumi di quel periodo di sottomissione.

DI FRONTE ALLA REPRESSIONE
Non viene messa in atto alcuna difesa comune, concertata o politicamente motivata.
Siamo cullatɜ nell’autocompiacimento dalle ragioni sopra menzionate, anche perché la leader sta usando la sua posizione di autorità: quella di giurista. Dopo ogni blocco del mattatoio, la polizia verifica l’identità di ogni attivista. Ci troviamo di fronte alla polizia senza conoscere i nostri diritti o le procedure.
Nessuna preparazione per i controlli d’identità o la custodia della polizia!
Smarritɜ, alcunɜ parlano con la polizia.
Ci ritroviamo solɜ anche in tribunale, a dover rispondere delle nostre azioni per una causa collettiva!
Nessuna condivisione di risorse o buone pratiche anti-repressione, niente riunioni, workshop o discussioni sull’autodifesa legale o verso la polizia. L’unica cosa che ci viene detto è che rifiutarsi di fornire le nostre generalità, le impronte digitali e il DNA può portare a un procedimento penale e farci rimanere più a lungo in stazione di polizia. Con così poche informazioni, in coda alla stazione di polizia, tuttɜ seguono l’esempio e forniscono la propria identità, le impronte digitali e il DNA, unə dopo l’altrə. Perché il carpooling ti aspetta, lɜ tuɜ amichɜ sono stanchɜ e devono rimettersi in viaggio per poi tornare al lavoro il giorno dopo: non si fa nulla per rendere concepibile e condivisibile un rifiuto da parte del gruppo; anzi, il contrario.
Questa profilazione sistematica dellɜ attivistɜ di 269 Libération Animale si sta diffondendo dal 2017 in Francia, Belgio, Svizzera, Italia, Spagna, Germania e Paesi Bassi (dato che il “collettivo” viaggia in tutta Europa). Inoltre, il turnover all’interno del collettivo è molto elevato! Il lavoro delle forze dell’ordine ne risulta notevolmente facilitato e la rilevanza di questi atti di disobbedienza civile, che finiscono automaticamente in commissariato, non deve mai essere messa in discussione.
Altrimenti, rischiamo l’esclusione implicita, il ghosting, o la perdita di credibilità agli occhi dellɜ altrɜ. Il fatto che non ci si opponga a questa sorveglianza di massa non sorprende, quando l’obiettivo di fondo è quello di maltrattare e disprezzare lɜ attivistɜ.
 
Senza una strategia a lungo termine e senza una difesa comune organizzata, è certamente plausibile temere l’impatto di questa schedatura sul movimento antispecista.
 
Senza unə avvocatə nel gruppo, ognunə gestisce i propri problemi legali in isolamento, ricevendo le citazioni in tribunale a casa. Chi può permetterselo sceglie unə avvocatə, ma spesso, in mancanza di unə rappresentante legale, ci ritroviamo con avvocatɜ che complicano le cose anziché migliorarle.
Le risorse a disposizione dellɜ attivistɜ sono diseguali, e questa disparità è ancora più marcata tra coloro che possono permettersi una buona difesa e coloro che si trovano in situazioni precarie e che a volte devono affrontare pene più severe.
Moltɜ attivistɜ che si uniscono al collettivo non hanno alcuna esperienza pregressa nella lotta alla repressione. Non conoscono né i loro diritti né i rischi che corrono. Ci viene detto di non fare troppe domande, nemmeno su questo tema della repressione, con il credo: cosa sono le multe o il rischio di prigione rispetto a ciò che soffrono gli esseri non umani?
Soffermarsi su questioni di repressione significherebbe assumere il ruolo di vittime, un segno di debolezza in una situazione così privilegiata (rispetto allɜ animalɜ, ovviamente). Così, si adotta rapidamente la mentalità che “andare a capofitto senza protezione” equivalga a “essere unə alleatə davvero determinatə per lɜ animalɜ“.
Ad ogni modo, lɜ leader hanno un sacco di condanne pendenti, motivo per cui dovremmo averne qualcuna anche noi. Perché durante i loro primi anni da “leader”, si sono “sacrificatɜ” assumendosi la responsabilità legale di sé stessɜ durante ogni occupazione.
Anche qui è presente la manipolazione: potremmo ricevere una chiamata o un messaggio privato dalla leader che ci chiede urgentemente un “favore”. In quel momento, veniamo apprezzatɜ e consideratɜ (lo chiedo solo a te, hai esperienza e sei affidabile). Questo favore potrebbe consistere nell’indire una finta manifestazione a nostro nome, che ci porterà ad essere consideratɜ lɜ organizzatorɜ degli atti di disobbedienza civile dalle indagini della polizia.
Non sappiamo che si tratta di una cosa orchestrata e, gratɜ di ricevere un incarico personale, la manipolazione prende piede ed accettiamo immediatamente, senza pensare ai potenziali rischi (che, tra l’altro, non sono mai stati nemmeno menzionati). Moltɜ di noi sono finitɜ con il ricevere condanne in qualità di organizzatorɜ, rendendosi conto della trappola solo molto più tardi.
Senza manipolazione, ci saremmo resɜ conto di cosa stavamo facendo, di cosa implicasse, ci avremmo riflettuto invece di dare una risposta immediata. Avremmo sentito di avere una scelta, avremmo avuto lo spazio per porre domande.
 
Con queste strategie, lɜ leader stanno facendo il gioco della repressione: isolandoci nei nostri processi e condanne.
 

Siamo quindi di fronte all’opposto di un collettivo anarchico e anticoloniale: non c’è collettività, non c’è solidarietà. E tutto questo avviene in modo molto insidioso, persuadendoci attraverso la falsa idea che facciamo parte un collettivo la cui forza risiede nella nostra complicità.

E I SOLDI?
Dal momento che non esiste un’organizzazione collettiva per combattere la repressione, nessun attivista ha accesso ai fondi del collettivo.
Eppure sono state raccolte decine di migliaia di euro attraverso campagne di crowdfunding ed eventi di raccolta fondi che siamo incoraggiatɜ ad organizzare anche individualmente… Ma i conti sono tenuti segreti dallɜ leader.
Non viene fornito alcun aiuto finanziario, la situazione precaria di alcunɜ attivistɜ viene ignorata, anche se la leader spesso denuncia la loro situazione precaria sui social media, omettendo opportunamente di menzionare i propri privilegi (classe sociale, sostegno familiare, livello di istruzione, ecc.).
Moltɜ di noi si sono trovatɜ in situazioni complicate: multe accumulate addebitate sul nostro conto corrente, o direttamente dal datore di lavoro, ufficiale giudiziario a casa e poi a casa dɜ nostri genitorɜ. E naturalmente, tutto questo in modo isolato, perché non gestito collettivamente.
Non c’è mai uno spazio per parlare di tutto questo. Chiedere aiuto alla collettività è visto come inammissibile: significherebbe ritrarsi come vittime a scapito dellɜ animalɜ. Il tema del denaro è un tabù, lasciando così leader liberɜ di monopolizzarlo.

Il sistematico occultamento di informazioni è un modo per mantenere il potere.

Il RIFIUTO DI METTERSI IN DISCUSSIONE: METTERE IN PERICOLO L3 ABITANT3 NON UMAN3 DEL SANTUARIO.
L’idea diffusa che lɜ altrɜ siano inutilɜ persiste nella gestione del santuario. I santuari sono luoghi di rifugio per le persone salvate dai macelli e dagli allevamenti.
Questɜ animalɜ hanno una salute molto fragile a causa della selezione genetica e delle cattive condizioni nelle strutture di allevamento. Richiedono cure meticolose per tutta la loro vita nei santuari. Per determinare le pratiche alimentari e di cura più appropriate, è essenziale affidarsi alla ricerca condotta da attivistɜ per i diritti dellɜ animalɜ e veterinariɜ.
Ad esempio, il rifugio ABVA condivide i suoi preziosi protocolli sul gruppo Facebook “Chicken Nurse”, l'”Open Sanctuary Project” fornisce guide sul suo sito web e rifugi come Groin Groin offrono consigli sull’alimentazione dei suini. La condivisione di esperienze sulla salute dellɜ animalɜ tra rifugi è essenziale perché le risorse disponibili sono troppo poche e poco affidabili e veterinariɜ rurali sono spesso incompetentɜ.
Al rifugio di 269 LA, le questioni relative alle pratiche di cura sono state respinte con veemenza con il pretesto che “ce la siamo sempre cavata da solɜ”. Non sorprende che si tratti dello stesso vecchio ritornello che si ripete ovunque. Ma qui ci sono conseguenze dirette e drammatiche sulla vita di individui non umani dipendenti. Si tratta di maiali e scrofe alimentatɜ quotidianamente con un mix di fette biscottate, pasta e mangimi da ingrasso (provenienti da magazzini per bestiame), che causano difficoltà locomotorie e grande sofferenza. E poi ci sono pollɜ che non vedono mai unə veterinariə specializzatə in animalɜ selvatic(le cure veterinarie sono essenziali perpollɜ , soprattutto a causa dei loro ricorrenti problemi genitali).
Certamente gestire un rifugio può essere impegnativo, non è affatto facile. Gli errori possono verificarsi vista la grande disinformazione online e moltɜ veterinariɜ non sono adeguatamente formatɜ. Tuttavia, rifiutarsi di mettersi in discussione ed ascoltare persone competenti significa mettere deliberatamente in pericolo la vita e il benessere dellɜ animalɜ di cui ci si prende cura.
Disponiamo di troppe poche risorse antispeciste affidabili e verificate per la cura dellɜ animalɜ salvatɜ dagli allevamenti intensivi, per poterci rifiutare di prenderle in considerazione a causa di un gioco di ego.
 
La cura è politica! E questo assume il suo pieno significato nella lotta antispecista, condotta con e per gli esseri non umani che sono stati feriti e logorati fisicamente e mentalmente dal sistema.
Ciò che accade in queste lotte è politico!
L’autoritarismo e il maltrattamento dellɜ attivistɜ all’interno di collettivi e associazioni logorano sia le lotte che lɜ attivistɜ.
Pubblicare questo testo significa riconoscere il fatto che il silenzio ha alimentato questo veleno che indebolisce la lotta antispecista in Francia (ed altrove).
 
È la prova del fatto che parlare apertamente non danneggerà gli esseri non umani, ma al contrario, darà forza alla nostra lotta.
Si tratta di non permettere che venga bistrattata e indebolita.
Si tratta di aprire la strada a una lotta antispecista che si prenda cura dellɜ suɜ attivistɜ.
Ci diciamo che unə attivistə esaustə ed isolatə non aiuta nessunə e c’è il timore di indebolire una comunità che è già debole o denigrarla, eppure questa tossicità è proprio ciò che logora lɜ attivistɜ che sono costrettɜ ad abbandonare la lotta per sopravvivere. Una lotta che spezza le persone o se ne frega di loro non è sostenibile. Una lotta senza cura è destinata al fallimento.
 
Non è facile parlare apertamente di queste cose.
 
All’inizio, potremmo pensare che prendere le distanze e non soffermarsi su queste esperienze sia la cosa migliore da fare. Non vogliamo rischiare di essere attaccatɜ o messɜ a tacere ancora una volta dalle persone che andremmo a denunciare o da chi ne è infatuato. Ci chiediamo come possiamo mettere in discussione uno status autoritario, denunciare la sua violenza e manipolazione, quando quella persona è così adorata ed esercita così tanta influenza.
Ciò che accade nei collettivi non è privato, e dobbiamo parlarne.
 
Per lotte forti e durature
 
Prendiamo parola,
 
Emancipiamoci,
 
Prendiamoci cura di noi.
 

Attivistз come carne da macello: quante altre gabbie per la lotta antispecista? Activists as cannon fodder: how many more cages for the anti-speciesist struggle?

Riceviamo e diffondiamo:

(IT version) Sulla cooptazione delle lotte dal basso da parte delle associazioni animaliste

Questo scritto nasce ed è mosso, e lo immagino muoversi nel tempo e nello spazio, grazie a due sentimenti: la rabbia e l’amore.

L’amore, profondo e viscerale, per la lotta di liberazione animale. Una lotta che, per me, significa rifiuto delle strutture di potere che opprimono lз compagnз non umanз, che mi spingono a stare al loro fianco nei luoghi di morte e di degrado e a gioire con loro in quelli di liberazione.

La rabbia nasce, invece, come strumento di motore in risposta all’indignazione profonda che provo nel vedere questa stessa lotta svenduta a pochi cents, degradata per mano di un sistema di cooptazione ai limiti del turbocapitalismo, che tutto mangia e tutto ingloba.

Se è già noto che la lotta di liberazione animale, come altre lotte, è stata già ridotta a merce e fagocitata dal sistema capitalista, continuo, forse ingenuamente, a stupirmi delle cecità a cui vedo abbandonarsi moltз attivistз antispecistз che oggi barattano la radicalità per una fetta di visibilità.

La profonda differenza che esiste tra welfarismo e liberazione animale non può né potrà mai essere negata da nessun washing, o meglio ancora, da nessuna “mescolanza”.

E chiariamolo fin dall’inizio: non si sta qui parlando di negare le alleanze. Siamo francamente stufз di nasconderci dietro alla retorica per cui occorra necessariamente allearsi per raggiungere l’obiettivo (e quale obiettivo? ndr). Stare fianco a fianco di chi replica modelli che desideriamo combattere, diciamocelo una volta per tutte, significa lavorare per l’oppressore.

L’aziendalizzazione della lotta dirotta le istanze di liberazione totale verso l’accondiscendenza alle stesse strutture di dominio che opprimono animalз umanз e non, replicandole e non creando nessuna frattura reale.

Questa replica, basata sulla designazione di cariche e la promozione di relazioni basate sullo scambio economico, falsa l’afflusso del pensiero divergente: se cerchiamo l’orizzontalità come modello, chiamare un compagno “direttore” dovrebbe farci accapponare la pelle.

Da antispecista, non posso che constatare con amarezza che, mentre miriamo a distruggere ogni gabbia, siamo finitз a chiamare “direttore” chi avrebbe dovuto essere “compagnə”.

Contrariamente alle tradizionali impostazioni dall’alto verso il basso, gli spazi orizzontali ci rendono più liberз perché non dobbiamo sottoporre le nostre decisioni a processi di ratifica ed approvazione di un padrone, proprio come succede nelle strutture di potere capitaliste, fasciste e socialiste.

E posto che la mia agency non dipende dall’approvazione altrui, aspiro sinceramente a vivere senza gerarchie e senza coercizione alcuna. Ci pensa già il lavoro del capitale a rendermi schiava.

Dovremmo piuttosto essere motivatз da un desiderio e una lealtà condivise, e non dal profitto, dal dovere o da qualsiasi altro compenso o astrazione.

Come comunità antispecista ci chiediamo spesso nei nostri scambi colloquiali se sia possibile mantenere la nostra lotta alla radicalità da cui è nata. La liberazione animale non è un prodotto da vendere sui social, non è un brand, non è una corsa ai followers o alla story che possa attirare più audience. Sinceramente? Nemmeno se questo comporta avere più fondi per le vostre campagne, perché sono soldi che puzzano di privilegio.

Le tattiche possono avere un senso quando sono condivise, le decisioni hanno un senso se sono collettive, una comunità può dirsi tale quando ognunə può esprimersi con lo stesso grado di ascolto e senza il timore di essere emarginato perché già in partenza con meno potere. Offrire opportunità, soldi e contratti a chi si allinea ed emarginare invece chi non incarna un modello preconfezionato significa creare barriere all’ingresso, fare proselitismo, chiudere i cerchi.

Come è possibile che alcun attivistз nel mondo antispecista non si rendano conto che è proprio il sistema che vorremmo combattere a trasformarci in brand duellanti, riducendoci a un ennesimo ”tweet”, a un marchio sulla maglietta da esibire sennosiamaichesuccede!

Mi pare superfluo dire che il veganwashing e la propaganda di sinistra pro-LGBT non hanno mai spostato niente: il sistema va questionato e distrutto, non accarezzato nei luoghi istituzionali o addirittura replicato nei nostri spazi.

Indossa la nostra maglietta” “Non mettere il berretto” Vestiti di nero” “Portami un caffè” Non bere” Non usare sostanze Passa il megafono solo a chi obbedisce”. Per carità!

Che sia chiaro una volta per tutte: un brand non potrà mai essere una politica collettiva condivisibile; la professionalità (in termini imprenditoriali) di un attivistə non può essere un valore da perseguire, ancor meno mediante l’estetica, il marketing, o codici di comportamento imposti.

Il proibizionismo e la sorveglianza, poi, lasciamoli allo Stato, per cortesia. Che la polizia è già troppa in giro.

E vorreste spacciarvi pure per gente che fa la rivoluzione?
No, mi dispiace informarvi che non stiamo dallo stesso lato della barricata.

Dovremmo, se fossimo una comunità, impegnarci a non idealizzare o mettere qualcunə (o, come più spesso accade, auto-posizionarci) su un piedistallo o, più precisamente, a favore di camera.

In questi ultimi mesi ho assistito a clientelismo, servilismo e nonnismo nel mondo animalista degni della politica istituzionale: un vero schiaffo per chi cerca nella lotta antispecista uno spazio di ribellione.

Quante altre gabbie si creano usando lз attivistз come carne da macello, come un numero, come qualcosa che si può vendere, posizionare e spostare, di cui si può comprare addirittura il silenzio?

Mi fanno paura le organizzazioni che hanno il timore di essere destabilizzate e scompigliate. Nascondono – e nemmeno troppo velatamente – un odio per la dissidenza che rivela, in realtà, un grande timore per l’introspezione onesta.

Mi fanno paura le associazioni che “dialogano” con la politica istituzionale millantando di voler migliorare le cose “da dentro” ma sedendosi comodamente in poltrona appena ce n’è l’occasione. Che affanno in questi luoghi di potere, eh?

Possiamo scegliere come organizzarci, senza dover per forza entrare a far parte di un’istituzione preesistente e prendere ordini. Organizzarsi non dovrebbe significare rinunciare alla nostra intelligenza e senso critico per diventare gli ingranaggi di una macchina. Da un punto di vista libertario, la struttura organizzativa dovrebbe massimizzare la libertà e il coordinamento volontario a qualunque livello, senza “pass” più o meno dichiarati alla partecipazione dellз attivistз.

Se non ci è permesso questionare le logiche organizzative, perché l’aziendalizzazione è anche privatizzazione, allora voglio questionarle qui ed ora con questo scritto, perché la lotta di liberazione animale è una questione politica e dunque pubblica.  E sì, lo è anche se avete trasformato la lotta in lavoro privato.

L’immaginazione radicale è l’unico strumento che mi resta per una liberazione reale.

Questo testo, quindi, è un invito allз attivistз che proclamano di credere nella lotta dal basso, a non invocare solo la radicalità, ma a praticarla unendosi sulla base delle affinità.

E se proprio vi siete ritrova nel girone infernale di certe associazioni, eccovi un caloroso invito a questionare chi avete intorno sul se in passato abbia mai comprato il silenzio di qualcunə, lo abbia allontanato illegittimamente o abbia imbastito documenti legali per costringerlə a non rivelare fatti e accadimenti di cui evidentemente non è ammesso parlare. Probabilmente scoprirete cose interessanti.

Non ho il privilegio di poter fare nomi o pagare avvocat3, ma solo spazi molto meno illuminati da cui provare a non restare mai in silenzio.

Per questo ho deciso di affidare questo testo alla ReST, che prende parola sulle dinamiche tossiche negli spazi di movimento.

Con amore e rabbia, una compagna antispecista e anarchica

 

(ENG version)  On the cooptation of the grassoroots struggles by animal-rights associations

This writing is born and is moved, and I imagine it moving through time and space, thanks to two feelings: anger and love.

The deep and visceral love for the animal liberation struggle.
A struggle that, for me, means rejecting the power structures that oppress nonhuman comrades, which push me to stand alongside them in places of death and degradation and to rejoice with them in places of liberation.

The anger, on the other hand, arises as a driving force in response to the profound indignation I feel at seeing this same struggle sold off for a few cents, degraded by a system of cooptation bordering on turbocapitalism, which consumes and absorbs everything.

While it is already known that the struggle for animal liberation, like other struggles, has already been reduced to a commodity and swallowed up by the capitalist system, I continue, perhaps naively, to be amazed by the blindness to which I see so many anti-speciesist activists abandoning themselves, who today trade radicalism for a slice of visibility.

The profound difference between welfare and animal liberation cannot and will never be denied by any form of “washing“, or better yet, by any “mixing.

And let’s be clear from the outset: we’re not talking about denying alliances here. We’re frankly tired of hiding behind the rhetoric that alliances are necessary to achieve the goal (and what kind of goal? Ed.). Standing side by side with those who replicate the models we wish to fight, let’s face it once and for all, means working for the oppressor.

The corporatization of the struggle diverts the demands for total liberation towards compliance with the same power structures that oppress animals, both human and not human, replicating them and creating no real fracture.

This repetition, based on the appointment of positions and the promotion of relationships based on economic exchange, distorts the influx of divergent thinking: if we seek horizontality as a model, calling a comrade “director” should make our skin crawl.

As an anti-speciesist, I can only notice with bitterness that, while we aim to destroy every cage, we have ended up calling “director” those who should have been “comrades.

Contrary to traditional top-down approaches, horizontal spaces give us more freedom because we don’t have to subject our decisions to processes of ratification and approval from a master, just as happens in capitalist, fascist, and socialist power structures.

And given that my agency does not depend on the approval of others, I honestly aspire to live without hierarchies and without any coercion.

Capital’s work already enslaves me enough.

Rather, we should be motivated by a shared desire and loyalty, not by profit, duty, or any other reward or abstraction.

As an anti-speciesist community, we often ask ourselves in our conversations whether it’s possible to maintain the radicalism from which our struggle was born. Animal liberation isn’t a product to be sold on social media, it’s not a brand, it’s not a race for followers or an instagram story that can attract a larger audience.

Honestly? Not even if that means more funding for your campaigns, because that money reeks of privilege.

Tactics can make sense when shared, decisions make sense when collective, and a community can be considered such when everyone can express themselves with equal listening and without the fear of being marginalized because they already have less power to begin with.

Offering opportunities, money, and contracts to those who fall into line while marginalizing those who don’t embody a prepackaged model means creating barriers to entry, proselytizing, and closing loops.

How is it possible that some activists in the anti-speciesist world don’t realize that it’s the very system we seek to fight that turns us into dueling brands, reducing us to yet another “tweet,” a brand on a T-shirt to be displayed otherwise ohmyGodwhathappens?

It seems superfluous to me to say that veganwashing and left-wing pro-LGBT propaganda have never moved anything: the system must be questioned and destroyed, not caressed in institutional halls or even replied in our places.

Wear our T-shirt” “don’t wear a cap” “dress in black” “bring me a coffee” “don’t drink” “don’t use drugs” “only pass the megaphone to those who obey” For goodness sake!

Let’s be clear once and for all: a brand can never be a shared collective policy; the professionalism (in entrepreneurial terms) of an activist cannot be a value to be pursued, even less so through aesthetics, marketing, or imposed codes of conduct.

As for prohibition and surveillance, please leave them to the State. There’s already too much police around.

And you also want to pass yourselves off as revolutionaries?

No, I’m sorry to inform you that we’re not on the same side of the fence.

We should, if we were a community, commit to not idealizing or putting anyone (or, as more often happens, placing ourselves) on a pedestal, or, more precisely, in favor of the camera.

In recent months, I’ve witnessed cronyism, servility, and hazing in the animal rights movement worthy of institutional politics: a real slap in the face for those seeking a space for rebellion in the anti-speciesist struggle.

How many other cages are created by using activists as cannon fodder, as numbers, as something to be sold, positioned, and moved, even whose silence can be bought?

I’m afraid of organizations that fear being destabilized and disrupted. They hide — and not even so subtly — a hatred of dissent that actually reveals a profound fear of honest introspection.

I’m afraid of associations that “dialogue” with institutional politics, claiming to want to improve things “from within” but then sitting in those armchairs whenever the opportunity arises. What a hassle in these places of power, isn’t it?

We can choose how to organize ourselves, without necessarily having to join a pre-existing “institution” and take orders. Organizing shouldn’t mean sacrificing our intelligence and critical thinking to become cogs in a machine. From a libertarian perspective, the organizational structure should maximize freedom and voluntary coordination at all levels, without more or less explicit “passes” to activists’ participation.

If we’re not allowed to question organizational logic, because corporatization also means privatization, then I want to question it here and now with this piece, because the struggle for animal liberation is a political and therefore is a public issue. And yes, it is, even if you’ve transformed the struggle into a private enterprise.

Radical imagination is the only tool I have left for real liberation.

This text, therefore, is an invitation to activists who claim to believe in grassroots struggle, not to simply invoke radicalism, but to practice it by uniting ourself on the basis of affinity.

And if you’ve unluckly find yourself in the infernal circle of certain associations, here is a warm invitation to question those around you about whether they have ever bought someone’s silence in the past, unlawfully removed them, or concocted legal documents to force them not to reveal facts and events that are clearly not allowed to be discussed. Probably, youll end up discovering interesting things.

I don’t have the privilege of naming names or paying lawyers, but only much less enlightened spaces from which to try never to remain silent.

That’s why I decided to entrust this text to ReST, which speaks about toxic behaviours in movement spaces.

With love and rage, an anti-speciesist and anarchist comrade